Frasi Belle - Le più belle frasi dolci e romantiche online e altro
|
||||
Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo pagina 212costituzionale che non era il mio, fu ritenuto crimine di alto tradimento. E poiché fui sanato della ferita, mi lessero un bel mattino la mia sentenza di morte. Io nulla aveva scritto a casa, perché, secondo me, va sempre bene ritardar altrui la notizia di sventure irreparabili; mi disposi dunque a morire colla maggior rassegnazione, solo spiacentissimo di non veder la fine di quel tristo capitolo di storia. Vennero anche ad offrirmi pulitamente la grazia, se voleva dire chi mi aveva mandato e perché era venuto; ma a queste indiscretissime domande rispondeva abbastanza l'atto di morte di mio padre datato da Molfetta e trovatomi indosso. Risposi adunque che non per altro che per questo era venuto; e che essendomi soffermato a salutare il general Pepe, il mio cattivo destino m'avea tirato addosso quel brutto accidente. Fu dunque come non si fosse parlato; ma io colsi la buona occasione per pregare quei compiti signori di voler mandare alla mia famiglia quell'atto di morte nonché il mio, perché fossero tolti se non altro a loro vantaggio gli scrupoli un po' spilorci della Porta Ottomana. Quei signori sogghignarono a questo discorso immaginandosi forse ch'io lo avessi fatto per darmi a diveder pazzo; ma io soggiunsi col miglior sorriso del mondo, che facessero l'onore di credere al mio miglior senno, e che tornava a pregarli di quella cortesia. Dettai anzi ad uno di essi l'indirizzo di Spiro Apostulos a Venezia, e dell'Aquilina Provedoni Altoviti a Cordovado nel Friuli. Dal che essi furono persuasi che non celiava e mi promisero che sarebbe fatto secondo la mia volontà. Dimandai anche quando io sarei uscito di prigione per la cerimonia, giacché marciva là dentro da tre mesi, e mi pareva un onesto mercato quello di pagar colla vita una boccata d'aria libera. Saputo poi che l'esecuzione era stabilita pel terzo giorno e che sarebbe avvenuta nelle fosse del castello, me ne imbronciai alquanto. Dover morire essendo a Napoli, e senza poterlo rivedere! Confessate che la era un po' dura. Tuttavia partiti ch'essi furono mi racconsolai del mio meglio. Dissi fra me e me che quegli ultimi giorni non doveva perderli in frivolezze e in vani desideri, e che il meglio si era prender la morte sul grave, e dar un esempio di grandezza d'animo almeno ai carnefici. I buoni esempi parlano colle bocche di tutti, e giovano sempre; e il boia fece sovente maggior danno col parlar poi, che non avea recato vantaggio coll'impiccare. Il giorno appresso dopo aver dormito, lo confesso, con qualche inquietudine, udii venire pel corritoio alcuni passi che non erano né di guardie né di carcerieri. Quando apersero dunque la porta mi aspettava il confessore o qualche cameriere del boia che venisse a tondermi il capo o a misurarmi in collo. Niente di tuttociò. Entrarono tre figure lunghe lunghe nere nere, l'una delle quali trasse di sotto al braccio una carta, la spiegò lentamente, e cominciò a leggere con voce tronfia e nasale. Mi pareva udire Fulgenzio quando recitava l'epistola e questa reminiscenza non mi diede piacere alcuno. Tuttavia era tanto persuaso di dover morire l'indomani, tanto occupato di osservare quei tre scuriscioni, che non mi curai di dar retta a quanto leggevano. Mi fermò solamente l'attenzione la parola di grazia. — Cosa? — diss'io sguizzando tutto. — “Così si commuta la pena di morte in quella dei lavori forzati in vita da subirsi nella galera di Ponza” — continuava il nasaccio parlatore del signor cancelliere. Allora capii di che si trattava, e non so se me ne consolassi, perché tra la morte e la galera ci vidi sempre pochissima differenza. I giorni appresso poi ebbi campo a convincermi che se ci aveva qualche vantaggio era forse dal lato della forca. Nell'isola di Ponza e precisamente nell'ergastolo ove fu confinato il libero arbitrio della mia umana libertà non si può dire che abbondassero i commodi della vita. Uno stanzone lungo e stretto guernito di tavolate di legno per coricarsi, acqua e zuppa di fagiuoli, compagnia numerosissima di ladri napoletani e di briganti calabresi; per soprammercato legioni d'insetti d'ogni stirpe e qualità che le maggiori non ne ebbe addosso Giobbe quando giaceva sul letamaio. Fosse effetto di chi ci mangiava addosso o degli scarsi e pitagorici alimenti, fatto sta che si pativa la fame; i guardiani dicevano che l'aria di Ponza ingrassa, io trovai che i fagiuoli mi smagrivano e guai se fossi stato colà più di un mese. Non so come abbia fatto la figlia o la nipote d'Augusto a durarci dieci anni; probabilmente si cibava di qualche cosa di più succolento oltre la fagiuolata. Fortuna, come dissi, che ci rimasi non più di un mese; ma mi mandarono a Gaeta ove se ebbi miglior compagnia e se fui meglio pasciuto, cominciai invece a patire nella vista. Aveva per me solo un gabbiotto tutto bianco di calcina che guardava il mare; e di là il sole splendente in cielo e riflesso dalle acque mandava entro un cotal riverbero che si perdevano gli occhi. Feci istanze sopra istanze: tutto inutile. Forse che ritenevano lecito di privar degli occhi un uomo cui si avea regalato la vita; ma non capisco allora perché non si fossero riserbati un cotal privilegio nell'atto di grazia. In tre mesi diventai quasi cieco: vedeva le cose azzurre verdi rosse, non mai del color naturale; perdeva ogni giorno più il criterio delle proporzioni; alle volte il mio camerotto mi sembrava una sala sconfinata e la mia mano la zampa d'un elefante. I carcerieri poi mi sembravano addirittura rinoceronti. Il quarto mese cominciai a vedere quel mio pezzetto di mondo traverso una nebbia; al quinto principiò a calare un gran buio, e dei colori che vedeva prima non era rimasto che un rosso cupo, una tintura mista di polvere e di sangue. Allora capitò un ordine di trasferirmi a Napoli nel Castel Sant'Elmo; e mi tornarono innanzi i due soliti cancellieri a leggere la solita tiritera. Era graziato del resto della pena! Pazienza! Se non avrei più veduto il mondo del colore che veramente era, lo avrei almeno passeggiato e fiutato a mio grado!... Avrei riveduto il mio paese, i miei figlioli, la moglie... Adagio con queste grandiosità!... Mi si graziava, sì, ma relegandomi fuori d'Italia; e potete credere che cacciato di lì, né Francia né Spagna sarebbero state disposte ad aprirmi le braccia. Qual razza di grazia fosse quella che mandava un povero cieco a cercar la limosina, Dio vel saprebbe dire. Peraltro ebbi il conforto di sapere che la grazia m'era venuta per intercessione della Principessa Santacroce e che con lei mi era concesso di abboccarmi prima di salpare dal porto di Napoli. La signora Principessa doveva essere invecchiata d'assai, ma aveva quel fare di bontà che è la perpetua giovinezza della donna. Mi accolse benissimo; e poiché non poteva vederla, io avrei giurato che l'aveva trent'anni come al tempo della Partenopea. Ella mi disse di essersi molto adoperata per me sia nel farmi graziare della vita sia nell'ottenere la mia liberazione; ma che non avea potuto riescir prima. Inoltre confessava che un'altra persona v'era alla quale più che a lei era certo obbligato; e che quella persona io la conosceva assaissimo ma che prima di consentire a farsi riconoscere da me voleva esser sicura dello stato di mia salute, e se veramente era così infermo degli occhi come dicevano. Non so chi credetti che fosse quell'incognita e pietosa persona, ma era impaziente di vederla quel tanto che poteva. — Signora Principessa — sclamai — pur troppo la luce più limpida degli occhi miei l'ho lasciata a Capua; e sono omai condannato a vivere in un perpetuo crepuscolo!... Le fattezze delle persone che amo mi sono nascoste per sempre, e soltanto coll'immaginazione posso bearmi delle serene ed amabili vostre sembianze! M'accorsi che la Principessa sorrise mestamente, come di chi credesse guadagnare a non esser veduto. — Quand'è così — soggiunse ella aprendo un uscio che dava in un gabinetto — venite pure, signora Pisana, che il signor Carlo Tag: morte vita grazia principessa sempre occhi prima tre fatto Argomenti: terzo giorno, libero arbitrio, tristo capitolo, cattivo destino, onesto mercato Altri libri consultabili online del sito affini al contenuto della pagina: Diario del primo amore di Giacomo Leopardi La via del rifugio di Guido Gozzano Giambi ed Epodi di Giosuè Carducci I nuovi tartufi di Francesco Domenico Guerrazzi Intrichi d'amore di Torquato Tasso Articoli del sito affini al contenuto della pagina: Il trucco giusto per gli occhi scuri Come affrontare con fiducia un colloquio di lavoro in azienda Come truccarsi per le occasioni speciali Dryas iulia: la farfalla più insolita del mondo Blu di Russia: un pelo che incanta
|
||||