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Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo pagina 155disperazione. Bevetti tanto che non intesi più nulla dei gran discorsi che mi tennero dopo cena; soltanto mi parve che rimasto un momento solo colle donne l'Aglaura mi sussurrasse qualche parola all'orecchio, e che seguitasse poi a premermi il ginocchio e ad urtarmi il piede sotto la tavola quando Spiro e suo padre furono tornati. Per garbo d'ospitalità essi l'avevano collocata nel posto vicino al mio. Io non ci capiva nulla di quella manovra; mi trascinai bene o male fino al letto che mi fu assegnato e dormii tanto porcellescamente che mi sentiva russare. Ma alla mattina quando mi svegliarono fu un altro paio di maniche! Alla tempesta era succeduta la calma, allo sbalordimento il dolore. Fino allora avea prolungato ostinatamente le mie speranze, come il tisico; ma alla fine dava di cozzo nella brutta necessità, né ritrarsi né sperare valeva più. Non potei nemmen dire che ebbi la forza di uscire dal letto, di vestire i miei nuovi arnesi alla greca, e di congedarmi dai miei ospiti. In questi movimenti il mio corpo non si prestava che colla sciocca ubbidienza d'un automa, e quanto all'anima io potea credere d'averla lasciata nel vino di Cipro. Spiro m'accompagnò alla Riva del Carbone donde partiva allora la corriera di Padova; mi promise che le notizie di mio padre mi sarebbero puntualmente comunicate e mi lasciò con una stretta di mano. Io stetti lì sul ponte a guardare Venezia, a contemplare mestamente le cupe acque del Canal Grande dove i palazzi degli ammiragli e dei dogi sembravano specchiarsi quasi desiderosi dell'abisso. Sentiva di dentro un laceramento come dei visceri che mi fossero strappati; indi rimasi immobile smarrito privo affatto di vita come chi si trova di fronte ad una sventura che finirà solo colla morte. Non mi accorsi della partenza della barca; eravamo già al largo sulla laguna che io vedeva ancora il Palazzo Foscari e il ponte di Rialto. Ma quando si giunse alla dogana, e ci fu data la voce di fermarsi con un accento che non era certo veneziano, allora uscii a un tratto da quelle angosce fantastiche per rientrare nella stretta d'un vero e profondo dolore! Allora tutte le sventure della mia patria mi si schierarono dinanzi mescolate alle mie, e tutte una per una mi ficcarono dentro nel cuore il loro coltello! Ci eravamo spiccati appena dall'approdo della dogana, quando fummo sopraggiunti da un veloce caiccio che ci gridava di aspettare. Il pilota fermò infatti e fui maravigliatissimo un minuto dopo di rivedere il giovane Apostulos sulla tolda della corriera. Mi accostò con qualche turbamento adocchiando a diritta ed a sinistra e disse, un po' confuso, che si avea dato fretta di raggiungermi per dirmi il nome d'altri suoi amici che potevano a Milano giovarmi oltremodo. Io mi stupii d'una tale premura, giacché si usa in tali circostanze munire il viaggiatore di commendatizie: ciononostante lo ringraziai, ed egli si partì cercando del padrone della barca al quale diceva di volermi raccomandare. Con tale pretesto scese nel casotto e lo vidi infatti bisbigliare qualche parola all'orecchio del padrone: questi si affaccendava a rispondergli di no, e gli faceva cenno come di accomodarsi pure e di guardare dove voleva. Spiro andò innanzi fino in fondo al casotto, vide alcuni barcaiuoli che dormivano ravvolti nel loro cappotto, e tornò indietro con un viso che voleva parere indifferente. — Capperi! che corriera di lusso ci avete! — sclamò egli spiandola tutta da prora a poppa coi suoi occhi di falco; e ficcò il naso in tutti i bugigattoli con qualche stizza del piloto a cui tardava di dar la volta al timone. — Posso partire? — chiese costui al capitano per dar fretta di andarsene a quell'importuno visitatore. — Aspettate prima che me ne vada io! — soggiunse Spiro saltando dalla corriera nel caiccio, e salutandomi astrattamente con un gesto. Io capiva che pel solo motivo dettomi egli non avea raggiunto la barca e visitatala con tutta diligenza: ma era troppo sconvolto e addolorato per dilettarmi di castelli in aria, e così in breve egli mi uscì di mente, e tornai a guardare Venezia che si allontanava sempre più in mezzo alla nebbia azzurrognola delle sue lagune. La pareva oggimai un sipario da teatro scolorato dalla polvere e dal fumo della ribalta. O Venezia, o madre antica di sapienza e di libertà! Ben lo spirito tuo era allora più sparuto e più nebbioso dell'aspetto! Egli svaniva oggimai in quella cieca oscurità del passato che distrugge perfino le orme della vita; restano le memorie, ma altro non sono che fantasmi; resta la speranza, il lungo sogno dei dormenti. T'aveva io amato moribonda e decrepita?... Non so, non voglio dirlo. — Ma quando ti vidi ravvolta nel sudario del sepolcro, quando ti ammirai bella e maestosa fra le braccia della morte, quando sentii freddo il tuo cuore e spento sulle labbra l'ultimo alito, allora una tempesta di dolore di disperazione di rimorso mi sollevò le profonde passioni dell'anima!... Allora provai la rabbia del proscritto, la desolazione dell'orfano, il tormento del parricida!... Parricidio, parricidio! gridano ancora gli echi luttuosi del Palazzo Ducale. Potevate lasciarsi addormentare in pace la vostra madre che moriva, sulle bandiere di Lepanto e della Morea: invece la strappaste con nefanda audacia da quel letto venerabile, la metteste a giacere sul lastrico, le danzaste intorno ubbriachi e codardi, e porgeste ai suoi nemici il laccio per soffocarla!... V'hanno certi momenti supremi nella vita dei popoli che gli inetti son traditori, quando si arrogano i diritti del valore e della sapienza. Eravate impotenti a salvarla? Perché non lo avete confessato alla faccia del mondo? Perché vi siete mescolati coi suoi carnefici? Perché alcuni tra voi dopo aver inorridito del nefando mercato stesero la mano alle elemosine dei compratori? — Pesaro fu solo nella virtù; ma primo e più vile di tutti nell'umiliarsi, ebbe molti ebbe troppi imitatori. Ora io non accuso ma vendico; non insulto ma confesso. Confesso quello che avrei dovuto fare e non feci; quello che poteva e non volli vedere; quello che commisi per avventatezza, e deplorerò sempre come un vile delitto. Il Direttorio e Buonaparte ci tradirono, è vero; ma a quel modo si lasciano tradire solamente i codardi. Buonaparte usò con Venezia come coll'amica che intende l'amore per servitù e bacia la mano di chi la percote. La trascurò in principio, la oltraggiò poi, godette in seguito d'ingannarla, di sbeffeggiarla, da ultimo se la pose sotto i piedi, la calpestò come una baldracca, e le disse schernendola: — Vatti, cerca un altro padrone!... Nessuno potrà forse comprendere senza averlo provato il profondo abbattimento che mi veniva nell'anima da tali pensieri. Quando poi lo raffrontava all'allegra e spensierata felicità che me lo aveva ritardato d'alcuni giorni, crescevano, se era possibile, lo sconforto e l'ambascia. Era proprio vero. Io avea toccato l'apice dei miei desiderii; aveva stretto fra le mie braccia bella contenta amorosa la prima la sola donna che avessi mai amato; quella che io aveva figurato fin dai primi anni essere la consolazione della mia vita, e il rimedio d'ogni dolore, mi aveva colmato inebbriato di quante voluttà possono mai capire in seno mortale!... E cosa stringeva in pugno di tutto ciò? Un rimorso! Ebbro ma non satollo, vergognoso ma non pentito, io lasciava le vie dell'amore per quelle dell'esiglio, e se gli sbirri non si fossero presi la briga di avvertirmene io sarei rimasto a profanare il funebre lutto di Venezia colla sfacciataggine de' miei piaceri. Così perfino il nutrimento dell'anima mi si volgeva in veleno, ed era costretto a disprezzar quello che ancora desiderava possedere più ardentemente che mai. Pallido stravolto agitato, senza toccar cibo né bevanda, senza né guardar in viso né rispondere alle domande de' miei compagni di viaggio, lasciandomi sobbalzare qua e là dai gomiti poco guardinghi dei barcaiuoli, giunsi finalmente a Padova. Scesi a terra non Tag: corriera dolore vita spiro barca mano guardare padrone letto Argomenti: posto vicino, lungo sogno, nefando mercato, profondo abbattimento, funebre lutto Altri libri consultabili online del sito affini al contenuto della pagina: Corbaccio di Giovanni Boccaccio Giambi ed Epodi di Giosuè Carducci I nuovi tartufi di Francesco Domenico Guerrazzi Il colore del tempo di Federico De Roberto Il conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni Articoli del sito affini al contenuto della pagina: Offerta capodanno a Bruxelles Le Bahamas meta di un sogno Madagascar, parchi, laghi e mare per una vacanza nella natura La trasformazione da bruco a farfalla Città Vecchia di Varsavia
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