Fermo e Lucia di Alessandro Manzoni pagina 134

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nello stesso viaggio, guardava anche chi fosse più fornito di roba salvata dalla rapina, e accattava in prestito da chi una panca, da chi una coltre, da chi un piatto, da chi una pentola; tanto che cogli ajuti e con le prestanze potè accamparsi quel giorno in casa per riconquistarla e riordinarla poi tutta a poco a poco. Passati quei primi giorni, e nel tempo appunto delle brighe e delle spese, Don Abbondio ebbe con se stesso e con Perpetua una guerra assai fastidiosa. Perpetua, parte con la sua vista acuta come il fiuto d'un bracco, parte con la sua abilità a far ciarlare la gente, scoperse che molte masserizie del suo padrone non erano già state sciupate dai barbari, ma erano sane e salve in paese nelle mani dei barberini; ne fece tosto avvertito Don Abbondio, perchè si facesse rendere il suo. Ma Don Abbondio non voleva sentir toccare questa corda: non già che non gli spiacesse assai vedersi così rubato a man salva, e sapere il fatto suo in mano d'altri: ma quegli che se lo tenevano erano i più terribili e bizzarri arieti del suo gregge: quegli dai quali Don Abbondio aveva sempre sofferto ogni cosa piuttosto che provocarli al cozzo, che aveva sempre accarezzati, e lodati come i più savj ed esemplari. Sicchè sopra il rovello e il danno aveva egli a tollerare anche le baruffe con Perpetua, e di queste baruffe ve n'era una tutte le volte che Don Abbondio si lagnava di qualche mancanza, domandava qualcheduno di quegli utensili che altri aveva fatti suoi. «Vada a cercarlo al tale che lo ha,» diceva Perpetua, «e che non lo avrebbe tenuto fino a quest'ora se non avesse che fare con un... buon uomo.» «Zitto, zitto Perpetua, zitto.» «Zitto, zitto,» rispondeva Perpetua: «e così ella si lascerebbe mangiar gli occhi del capo. Rubare agli altri è peccato, ma a lei è peccato non rubare.» «Oh che spropositi! oh che spropositi!» sclamava Don Abbondio. «Ma sapete pure... Col nome del cielo... volete la mia morte! ...» La baruffa andava talvolta in lungo, ma Don Abbondio rimaneva sempre vincitore, perchè quando si trattava di paura, egli mostrava una risoluzione e una virtù tale che Perpetua sentiva di non poter competere, e taceva la prima. Tutto quello che fece Don Abbondio, fu di gittare in predica qualche motto sul dovere di restituire e su la trista sorte di chi va all'altro mondo carico dell'altrui; ma lo diceva con certe perifrasi, con un riserbo, con una delicatezza da fare onore ad un predicatore di corte. E pure appena quelle parole erano uscite, gli pareva che fossero state troppe e troppo ardite, e per riparare un qualche brutto effetto che ne potesse venire, passava tosto a parlare dell'ira, e della mansuetudine, e del gran male che è l'infierire contra quelli che non vogliono nè possono far difesa. Ma fra mezzo alle cure del passato cominciava a nascere una che doveva tutte sommergerle: si cominciava a sentire che i disastri manifesti e soli fino allora deplorati di quel passaggio, non erano i soli nè i più terribili. In tutta quella striscia del Milanese che la soldatesca aveva attraversata, si videro tutt'ad un tratto uomini d'ogni età e d'ogni sesso infermarsi e cadere come mosche dopo una pioggia autunnale. I segni che accompagnavano quella infermità erano sconosciuti a quasi tutta la generazione vivente: solo alcuni vecchioni, con parole ravvolte e sospettose accennavano di aver veduti quei segni altra volta. Erano i pochi i quali potessero ricordarsi d'essere vissuti nella peste che cinquantatrè anni prima aveva desolata una parte d'Italia, e specialmente il Milanese, dove a distinguerla da altre simili calamità fu poi chiamata, e lo è tuttavia: la peste di San Carlo. Tanto è forte la carità religiosa! Tra le memorie così varie e così solenni d'un disastro universale, ella può far primeggiare quella d'un uomo, perchè a quest'uomo ha ispirato sentimenti ed azioni più memorabili ancora dei mali: può riunire e subordinare alla memoria di lui tutti gli avvenimenti, perchè in tutti lo ha spinto ed intromesso a parte dei patimenti, in capo dei soccorsi, esempio, consiglio, vittima volontaria; di ciò che per tutti è una sventura fare per lui come un'impresa; far ch'essa prenda il nome da lui, come una provincia da un suo conquistatore. Il tribunale della sanità in Milano era composto d'un presidente e di sei conservatori, quattro dei quali tolti da magistrature diverse, e due medici: questi ultimi erano allora Lodovico Settala, e quell'Alessandro Tadino, già da noi citato, e che lo sarà ancor più in seguito. Il primo, quasi ottuagenario, era uno dei pochi testimonj viventi della peste di San Carlo; nè testimonio puramente passivo; ma, fisico fin d'allora molto riputato, benchè giovanissimo, ne era stato uno dei più affaccendati e intrepidi curatori. Questi, che stava all'erta, e richiedeva avvisi dalle terre che l'esercito aveva toccate, ebbe in fatti i primi della mortalità; e fu il primo a riferire nel tribunale che la peste s'era manifestata nel territorio di Lecco. Sopraggiunsero poi altri avvisi: il tribunale spedì un commissario perchè osservasse e facesse relazione: questi in compagnia d'un medico di Como, visitò alcuni dei luoghi indicati; raccolse informazioni superficiali e contradditorie; credette a quelle che attribuivano la mortalità ad un solito effetto dell'autunno in quei luoghi, e rassicurò il tribunale. Ma ecco giungere avvisi da altri luoghi al tribunale, il quale finalmente delegò due commissarj ad una visita generale dei paesi sospetti; Alessandro Tadino, e Giovanni Visconti Auditore. Quando questi arrivarono, il male s'era già tanto dilatato, che le prove si offerivano senza ch'essi le andassero cercando. Trovarono le ville, quale sbarrata per timore del contagio vicino, quale mezzo abbandonata; famiglie accampate o disperse, già piangenti la morte di qualche congiunto, e tremanti per la propria salute: s'inchiesero del numero dei morti, ed era terribile; visitarono gl'infermi e i cadaveri, e rinvennero i segni che tremavano di rinvenire: assunsero informazioni, riseppero che ivi più presto s'era manifestato il male, dove i soldati avevano stanziato più a lungo, o in più gran numero; che i primi percossi erano stati quelli che avevano spogliati i morti per appropriarsi le vestimenta, o che avevan comperata dai rimasti indietro qualche roba tolta ai loro paesani, o che in qualunque modo avevano avuto contatto con quegli ospiti. Riscrissero quindi al tribunale che i sospetti erano divenuti una dolorosa certezza; e nello stesso tempo diedero quegli ordini che seppero per curare gl'infermi, e preservare i non tocchi, facendo tagliare strade, rinchiudere altri nelle case, altri attendare alla campagna, fissando provvigioni ad un paese, lasciando istruzioni in un altro, piantando in un altro la forca pei disobbedienti; il tutto in fretta e in furia come si poteva in quei tempi, in quelle circostanze, da quegli uomini sopra quegli uomini. La nuova si diffuse tosto nella città, e vi fu accolta con beffe incredule, e con disprezzo iracondo, e dal popolo e dalla maggior parte di coloro che avrebbero potuto e dovuto dare provvedimenti in tanto pericolo. Bisogna però eccettuare espressamente il cardinal Federigo, il quale ai primi romori di peste, prescrisse al clero regolamenti di preservazione, e di carità, e ingiunse ai parrochi specialmente che ammonissero i fedeli del grave peccato che avrebbe commesso chi per tema di danno o d'incomodo occultasse il suo o l'altrui morbo contagioso, o per insensata avarizia trafugasse vestimenta o cose di qualunque genere infette o sospette. cap. 3 Il giorno 22 d'ottobre di quell'anno 1629, Pietro Antonio Lovato, fante in un reggimento italiano alloggiato nel territorio di Lecco, entrò in Milano, carico di vesti rubate o comperate dai soldati alemanni; e andò a porsi in una casa di suoi parenti nel borgo di Porta Orientale. Appena giunto s'ammalò; fu portato allo spedale: e morì nel quarto giorno. Nel cadavero si scoperse un

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