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Fermo e Lucia di Alessandro Manzoni pagina 12

Testo di pubblico dominio

che termina subito con una buona stirata di briglie. Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo) il Signor Ludovico era figlio d'un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo, e con questo unico figlio rinunziò al commercio, comperò beni stabili si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il braccio gli tornavano sempre alla fantasia come l'ombra di Banco a Macbeth: in mezzo ai conviti, e alle riverenze dei parassiti; e il pover'uomo passò gli ultimi suoi anni nella angustia, parendogli ad ogni tratto di essere schernito, e non riflettendo mai che in verità vendere e comprare non è cosa turpe, e che egli aveva fatta questa professione in presenza di tutto il pubblico senza rimorso. Fece educare signorilmente il figlio come s'usava in allora, cercando d'imitare, in quanto gli era permesso dalle leggi, dalle consuetudini, e dal timore del ridicolo. Gli diede maestri di lettere, e di esercizi cavallereschi; e morì lasciandolo ricco e giovanetto. Ludovico aveva contratte nella sua educazione abitudini signorili, e le ricchezze avevano attirati adulatori che lo avevano avvezzo ad esigere molti riguardi; quando volle mischiarsi coi principali del paese, l'accoglimento o piuttosto le ripulse che n'ebbe fecero un contrasto molto spiacevole colle sue abitudini. A rendere la sua situazione più angustiosa, e ad accrescere il suo mal umore inquieto contribuiva anche non poco l'indole sua onesta ed iraconda ad un tempo, che gli rendeva insopportabile lo spettacolo delle angherie e dei soprusi che commettevano alla giornata quelli ch'egli non era portato ad amare. Viveva egli lontano da essi, ma come non poteva non vederli, e non sentirne parlare, ad ogni occasione mostrava apertamente il disprezzo e il rancore che sentiva per essi. Questo sentimento unito alla bontà e all'amore della giustizia ch'era grande in lui, lo portava ad assumere volentieri le difese degli oppressi; e con molte sconfitte e con qualche riuscita, con molte spese, con molti raggiri, con molta audacia, e con qualche guajo che aveva corso si era fatta una riputazione di protettore, ch'egli era sempre più impegnato a sostenere, e che gli aveva procurato il favore di molti, e l'odio caldo e risoluto di alcuni potenti. Quando un povero andava a raccontargli un sopruso che gli era stato fatto, ed a raccomandarsi alla sua protezione parlando come se la tenesse per sicura, come se gli fosse dovuta, il signor Ludovico si trovava quasi forzato a pigliare l'impegno, dal timore di perdere ad un tratto tutta la sua riputazione. Ma non è da domandare se in questa sua carriera aveva avuto impicci, disgusti, e pentimenti. Oltre i contrasti fortissimi, i pericoli, le inimicizie crescenti, le spese per le quali aveva molto diffalcato del suo patrimonio. egli si trovava poi spesso anche in lite colla sua coscienza, la quale come abbiam detto era sincera e bene intenzionata. Talvolta colui che veniva a richiamarsi, e che bisognava torre da un impegno, non valeva niente meglio del suo persecutore, ed esaminando ben bene i fatti dell'una e dell'altra parte si sarebbe trovato che se uno meritava la galea l'altro avrebbe dovuto andare a fargli compagnia: talvolta il caso era chiaro, il ricorrente era onesto, e meritava soccorso davvero; ma che? pigliata in mano la sua causa, per opporsi ad una batteria di raggiri, di soprusi, di violenze, di busse, Ludovico aveva dovuto mettere in opera tanti raggiri, tanti soprusi, tante violenze, menar tanto le mani egli stesso che terminato l'affare, ripensando ai casi suoi, egli si rimaneva con un nemico potente di più, con molti quattrini di meno, e con dei rimorsi alla coscienza. Questo dopo una vittoria, non dico niente poi delle sconfitte: e furono molte. Era poi tormentato dall'idea del biasimo che gli era dato da molti d'imprudente e di accattabrighe, invece della lode ch'egli si sarebbe aspettata. Così combattuto sempre tra la sua inclinazione, e gli ostacoli, rispinto sovente, urtato ad ogni passo, stanco ad ogni momento su questa strada ch'egli aveva scelta, più volte gli era passato per la mente il pensiero che nasce dagli imbrogli e dai contrasti, il pensiero di uscirne e di attendere all'anima sua col darsi alla solitudine, cioè col farsi frate, cosa che in quei tempi si chiamava uscire dal secolo. Ma questo che non sarebbe stato forse che un disegno per tutta la sua vita, divenne una risoluzione per uno di quegli accidenti che nelle sue circostanze non gli potevano mancare. Andava egli un giorno per una via di Cremona, accompagnato da un antico fattore di bottega che suo padre aveva trasmutato in maggiordomo, e che gli era stato fidato fino dall'infanzia. Aveva costui nome Cristoforo: era un uomo di circa cinquant'anni, aveva moglie ed otto figli; e tutta la famiglia sussisteva colle paghe del padre, e col di più che vi aggiungeva la liberalità di Ludovico, il quale e per buon cuore e per un po' di boria non avrebbe mai lasciato mancar nulla ad un uomo che gli apparteneva. Vide Ludovico venir da lontano un signor tale col quale egli non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nimico, e ch'egli pagava della stessa moneta: caso molto comune; perchè è uno dei diletti di questo mondo quello di potere odiare ed essere odiato senza conoscersi. Costui si avanzava ritto, colla testa alta, colla bocca composta all'alterigia e allo sprezzo, mostrando di non voler scendere verso il mezzo della via. Ora bisogna sapere che Ludovico aveva il suo lato destro al muro, e che per conseguenza aveva il diritto (bel diritto!) di passare accanto al muro, e che l'altro doveva dargli il passo, ma come abbiam detto, costui accennava tutt'altro che la voglia di farlo. Anzi quando furono presso, guardando d'alto in basso Ludovico, gli disse con aria di comando: «Tiratevi a basso.» «A basso voi,» rispose Ludovico: «la strada è mia.» «Coi pari vostri, la strada è sempre mia.» «Sì s'ella appartenesse ai soperchiatori.» «A basso, vile plebeo, o ch'io ti dò quella educazione che non ti poteva dare tuo padre.» «Voi mentite ch'io sia vile: ma non è da stupire che siate così prodigo di quello che avete in tanta copia.» «Tu menti ch'io abbia mentito,» disse con furia e con disprezzo quel signore: e questa risposta era di prammatica, come ora sarebbe dire: – benissimo – a chi vi domanda della vostra salute: indi soggiunse; «e se tu fossi cavaliere come son io, ti vorrei far vedere con la spada e con la cappa che tu sei il mentitore.» «È buona sorte per voi l'esser cavaliere; così potete essere insolente e dispensarvi di sostenere la vostra insolenza, come vile che siete.» Così dicendo pose mano alla spada. «Temerario,» gridò quel signore, «io spezzerò questa,» e la cavò pure così dicendo «dopo che sarà macchiata del tuo sangue.» Così si avventarono l'uno sull'altro. Cristoforo venne in ajuto del suo padrone e cavò il suo coltello; e due servitori che accompagnavano il signore andarono addosso a lui e a Ludovico. La gente si ritirava da ogni parte, e giacchè nessuno di quelli che s'abbattevano nella via era interessato per amicizia, o per onore a pigliar parte nella disputa, la quale da duello divenne tosto un fatto generale. Il signor Ludovico e il suo Cristoforo dovevano difendersi contra tre, e il combattimento era tanto più diseguale che Ludovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico che ad ucciderlo; ma il signore voleva la vita dell'avversario. Ludovico aveva già toccata in un braccio una pugnalata d'un servitore; e il nemico gli cadeva addosso per finirlo, quando Cristoforo vedendo il suo padrone nell'estremo pericolo s'avventò col pugnale al signore, il quale rivolta tutta la sua ira contro di lui lo passò colla spada. A quella vista Ludovico scordato ogni ritegno cacciò la sua nel ventre del

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Argomenti: lato destro,    ricco mercante,    unico figlio,    umore inquieto,    antico fattore

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