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La vita comincia domani di Guido da Verona pagina 56tranquillamente uscì. Tancredo, che gli avvenne d'incontrar per primo, cominciò a tempestarlo di domande precipitose. In luogo di rispondere, Dandolo non faceva che affrettare i suoi passettini da lucertola, con tanta rapidità che il Salvi durava gran fatica nel camminargli di paro. — Pazienza, mio buon Tancredo! Io son avvezzo a procedere con ordine in tutte le mie cose. Fra cinque minuti saremo a casa del Metello e, quando potete ascoltarmi entrambi, allora parlerò. — Almeno tóglimi da questa orribile incertezza! — lo supplicava Tancredo. — Figúrati, — gli narrò sorridendo il raccoglitore di farfalle, — figúrati che ho trovato perfino il solo esemplare di Vanesse ch'io non possedessi: la Vanessa Atalanta con le ali nere vellutate. Non solo, ma una magnifica Saturnia Pavonia , grossa quasi come un pipistrello! Tancredo grugnì una bestemmia, che fece sorridere l'omino. Allo scampanellare che fecero, anzi tutto rispose il ringhio asmàtico di Volapuk, un decrepito can barbone, fegatoso come una zitella ed irsuto come un istrice; poi Saverio accorse, e ricevette gli ospiti con un formidabile: Urrà! — Dunque? dunque? — non cessava dal ripetere, facendoli entrare in un salottino, dove ambedue cominciarono a carezzar l'omino accerchiandolo d'infinite premure. Saverio gli avanzò una poltrona, Tancredo ve lo fece sedere a viva forza, esclamando: — Siedi, e parla finalmente! — Siamo soli? — premise Dandolo, quasichè si divertisse ad esasperare la loro impazienza. Il Metello andò a chiudere la porta. — C'è mia madre; però è sorda; e credo anzi che dorma. Dunque? — Ti prego, Tancredo, sièditi, — fece l'omuncolo. — Dall'altezza della tua statura mi pericoli addosso come la Torre di Pisa. Tancredo gli ubbidì; sedettero entrambi davanti a lui, vicini. Dandolo introdusse una sigaretta fatta a mano in quel certo suo bocchino d'un legno introvabile, trasse il portacerini d'argento, cesellato chissà mai dove con un volo di grù, diede fuoco al fiammifero, accese meticolosamente la sigaretta, spense, cercò invano con gli occhi un portacenere ove deporre il cerino. — Butta per terra, — disse nervosamente Saverio, davanti a quell'indugio. — Oh, non importa! — E alzatosi, lo andò a gettare nel camino. Poi si volse, guardando quei due che pendevano dalla sua bocca, e, senza mutar voce nè fisionomia, disse tranquillamente: — Ha ucciso. I due si batteron un pugno scambievolmente su le ginocchia e con impeto sorsero in piedi. — Vivaddio! Ci siamo! — Non ci siamo... — corresse l'omino. — Anzi non ci siamo affatto. Una bufera di domande l'avvolse, ond'egli per difendersi protese un braccio. — Piano, piano... Vi prego di lasciarmi parlare. E si mise a camminar lentamente fra i mobili del salotto. — Vi ho comunicata — riprese — la mia profondissima convinzione. Ha ucciso. E lo ripeto: Sì, ha ucciso. A voi non importa conoscere quello che feci, nè come nè in qual modo giunsi a chiudere affermativamente un'istruttoria così greve di conseguenze; voi m'avete dato un incarico, io l'ho assolto. Se poi v'interessa conoscerne i particolari, ve li racconterò, ma più tardi. — Insomma, — lo interruppe il Metello, — perchè hai detto che non ci siamo? — Piano, vi ripeto. Fino ad oggi ho lavorato per voi; ma ora, se non vi dispiace, intenderei di aver lavorato anche per me. — Come? come? — lo aggredirono. — Ecco, mi spiego. Per voi, lavorare, è sinonimo di guadagnar denaro; per me ha tutti i sensi che volete, infuori da questo. L'«affare», siamo intesi, è vostro. Ma la responsabilità morale della faccenda è mia; quindi mi preme di condurla bene a termine. Insomma: io vi metto una condizione. — Quale? Egli disse con voce risoluta: — Che non vi baleni mai per il capo l'idea di vendere al Ferento stesso il delitto di Andrea Ferento. — Oh, perchè? — esclamarono i due. — Perchè, dato e non concesso che un uomo come il Ferento si pieghi fino a pagare il vostro silenzio, questo vorrebbe dire nascondere un delitto che va messo in luce, sopprimere un giorno di sbalordimento nella vita pubblica italiana; anzi vorrebbe dire ormai altra cosa: far sì che un tal giorno venga ugualmente, ma che non sia da voi nè da me lacerato il suo velo. Poichè tacevano perplessi, egli domandò: — Mi capite? Uno alla volta, e insieme, cominciaron minutamente a contraddirlo. — Insomma, ragazzi, — li interruppe Dandolo bruscamente, — non perdiamo tempo. Chi di voi si sente il coraggio di presentarsi ad Andrea Ferento e dirgli su la faccia: — «Voi avete avvelenato Giorgio Fiesco. O mi date una certa somma, oppure vi denunzio al Procuratore del Re»? No, è inutile che vogliate rispondermi: di voi due nessuno lo saprà mai fare. Il solo forse che ne avrebbe il coraggio, son io. Ma io non intendo affatto prendere questa via, prima di tutto perchè non voglio denaro, poi perchè venire a patti col Ferento sarebbe assurdo. — Assurdo? — È la parola esatta. Davanti al vostro dilemma, il Ferento corre al telefono e vi fa arrestare per ricatto. Insieme provvede fulmineamente a parare il colpo che la vostra imperizia gli avrebbe così male assestato. Prove materiali non vi sono, per ora: è un potente, la giustizia è sua, la legge è sua, gli basta prevedere l'attacco per poterlo debellare. Voi fate questione dell'uomo che sia forte abbastanza per misurarsi con lui. Non ne vedo che uno: Salvatore Donadei. Del resto — concluse, — o voi m'ubbidite, o io me ne torno come son venuto e faccio a meno di voi. — Non ti eccitare, — lo persuase il Metello, con voce lusinghevole. — Io sono un uomo risoluto, — spiegò Dandolo. — Vi ho messa una condizione dalla quale non recederò. La strada è una sola, e vi avverto che, se farete altrimenti, penserò da me stesso ad informarne il Donadei. — Può darsi che tu abbia ragione, — ammise per primo il Metello, ch'era uno spirito riflessivo. Ma Tancredo, nel cuor suo non intrepido e forse remotamente buono, ancora non aveva guardato mai da presso il caso di dovere abbattere con un colpo mortale quell'uomo che in fondo egli conosceva, che in fondo non era stato nè orgoglioso nè ingiusto con lui, quell'uomo inflessibile, che sapeva essere così dolce nel parlare con la sua cognata, quel Ferento insomma, che forse aveva ucciso, ma chissà per quale ragione incomprensibile o necessaria... Ed ora, nell'apparirgli di questo inatteso evento, egli provava un senso non di sola paura, ma quasi di rimorso e d'inibizione, come se quei fermi occhi lo guardassero in faccia e quella voce calma gli ripetesse ancora una volta: «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.» — «Estorcere denaro ad un milionario, è un conto; rovinare del tutto un uomo, non mi sembra più la stessa cosa...» — rifletteva Tancredo fra sè. Ma diede una scrollata di spalle, strinse la bocca e nulla disse. — Anzi, — affermò il Metello, — più vi penso e più vedo che hai ragione. Quando si tenta un'impresa di questo genere bisogna riuscire. Faremo come tu vuoi. Dunque racconta. Il raccoglitore di farfalle cominciò con un aforisma: — Voi dovete innanzi tutto sapere che l'uomo è naturalmente nemico del proprio secreto. Pensare una cosa vuol dire farla esistere; compierla significa tradirsi. — Sarà benissimo, — gli accordò il Metello, che amava i racconti laconici. Ma Dandolo proseguì: — Dovete anche sapere che l'individuo, nella vita sociale, non è mai veramente solo; c'è qualcosa che vede, spia, vigila, origlia, fotografa i passi nel buio, indovina i movimenti traverso i muri, veglia sempre, sempre, dentro e fuori le case degli uomini. È l'Invisibile, che monta di fazione davanti alla nostra porta, che guarda per le serrature, sale sul tetto, scivola come un ladro giù per la cappa del camino; è l'Anonimo feroce, invidioso, pettegolo, astuto, proteiforme, che Tag: insomma ucciso voce uomo due tutto forse omino dire Argomenti: colpo mortale, responsabilità morale, ragione incomprensibile Altri libri consultabili online del sito affini al contenuto della pagina: Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni Le sottilissime astuzie di Bertoldo di Giulio Cesare Croce Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo Corbaccio di Giovanni Boccaccio Articoli del sito affini al contenuto della pagina: Una scuola di inglese: il modo perfetto per vivere Malta L'innesto della rosa In hotel a Parigi prima e a Londra poi con Tour ed Olimpiadi Disneyland Paris: itinerari di visita Mercatini di Natale ad Arco
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