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La vita comincia domani di Guido da Verona pagina 42labbra parevano dire di sì. — Povera signorina!... — sospirò la Berta. — È tanto una brava ragazza! Allegra, buona, un vero angelo! — Glielo si vede in faccia ch'è buona, — disse Tancredo, attento. — E perchè non lo sposa quest'altro a cui vuol bene? — Se si potesse avere tutto quello che si vuole al mondo!... — esclamò la Berta, con sapienza. — È uno qui del paese? — Non è di qui, ma ora è qui da un pezzo... o per lo meno vien tutte le settimane. — Ho capito, — fece Tancredo. «Guarda, guarda...» Sbucciava una pera, distrattamente, pensando a quel proverbio fiorentino del cacio con le pere... — Sicchè, al professore Ferento, la signorina Dora non piace? — domandò, per accertarsi che fosse proprio lui. La Berta strinse di nuovo la bocca, e questa volta gli angoli delle sue labbra dissero di no. — Il professore... — mormorò la ragazza, con intendimento. Tancredo non volle aver l'aria d'interessarsi troppo alla cosa, e tacque. La Berta fece un nodo coi nastri del suo grembiule, poi lo disfece; ma intanto rideva. — Il professore... — Già... già... — malignava Tancredo, benchè non sapesse ancor niente. — Ah, sì, eh?... Ammiccava, guardandola in faccia con gli occhi penetranti e studiandosi d'indovinare quelle sue reticenze. — Ah, sì eh?... — rifece ancora una volta, come se avesse ormai capito. — Io non dico nulla, — premise la Berta, — perchè non sono pettegola, e di quello che succede in casa non parlo mai per abitudine... Ma, tanto, lo sanno tutti, dal portalettere al capostazione, e lo sapeva perfino quel povero diavolo ch'è morto. — Ah, sì eh?... — Un pezzo di formaggio gli rimase fra i denti, masticato a metà. «Guarda, guarda, guarda... — mormorava tra sè. — Che razza di faccenda è questa?» — Guai se dovessi parlare!... — esclamò la Berta. — Sa, per i signori c'è un'altra morale che per noi: fanno e disfanno quel che vogliono; tutto va sempre bene. — Dici davvero che il professore sia l'amante... — Oh, io non dico niente, per sua buona regola! Ma, guardi, lo sanno tutti: lo sa la signorina Dora, lo sanno i miei padroni, ossia il signor Stefano e la signora Francesca, lo sa il fattore, il prestinaio, il macellaio, il falegname, il curato, il sindaco... lo sanno tutti insomma, e quasi quasi crederei che lo sappia perfino lo scemo! — Diavolo! — esclamò Tancredo, rannuvolato. Poi emise una sentenza che gli pareva insieme scaltra e doverosa: — Molte volte si racconta quello che non è. — Eh!... — scappò a dire la Berta, — se avessi tanti biglietti da cento quante sono le volte che li ho veduti con i miei occhi! — Tu? Egli s'era fatto così buio che la ragazza se ne impaurì. — Per l'amor di Dio! — supplicò, levandosi in piedi, — non mi comprometta... Ho parlato senza volerlo, perchè mi pareva che lei sapesse già... Mi raccomando, signore... Tancredo si levò, e, venutole presso, le diede un'altra carezza su la guancia, ma questa volta paterna. — Sta tranquilla, ragazza. Sono un uomo serio, ti ho detto; e per conto mio sarà come se non avessimo nemmeno discorso. Ti basta? — Grazie, signore. — Poi soggiunse: — Posso portar via i piatti? — Sì, ho finito. Accese un mezzo toscano e cominciò a camminare, avanti, indietro. — «Guarda, guarda, guarda...» Nonostante la confusione dei suoi pensieri, s'accorse che bisognava tenersi buona quella domestica, e gli parve che due lire fosser poche per tutto quello che aveva saputo da lei. Si cercò nel taschino e prese un'altro franco. — Sei una ragazza a modo mio! Tieni. Ella stava per caricarsi il vassoio su le braccia, e guardò attonita la moneta che gli luccicava tra l'indice ed il póllice. — Non si disturbi ancora... — Oh!... — egli fece, con aria principesca, — bazzécole! Ma non appena fu solo, Tancredo pensò che la fortuna d'un uomo consiste alle volte nel trovare il bandolo d'una matassa molto arruffata, e mentre si piegava sul davanzale per rinchiudere le persiane, lungamente i suoi occhi affascinanti rimasero avvinti a quel fascio di luce rossastra, a quel lento fiume di polvere che scaturiva dalla finestra del morto. II. Alle nove precise il funerale mosse giù per il viale carrozzabile che traversava il giardino. Da un lato del féretro mamma Francesca e Maria Dora scendevano insieme; dall'altro, papà Stefano, tenendo sottobraccio il figlio scemo. Maurizio, Mattia, la piccola Natalissa, il giardiniere, seguivan per primi il carro funebre, con gli occhi rossi di lacrime, accasciati da un semplice ma spontaneo dolore. Solo, pressochè isolato in capo del corteo, camminava Andrea Ferento, a capo nudo, bianco ma impassibile. Aveva impartito gli ordini con una voce breve; poi, quando il carro si mosse, guardò rapidamente in alto, verso una finestra chiusa, dove la cortina ricadde; volse uno sguardo rapidissimo su le persone che aveva intorno, e s'incamminò dietro il carro. Tutti, per un rispetto simultaneo, lo lasciaron solo. Dietro lui si muoveva il corteo bisbigliante, numeroso d'un centinaio di persone, che dal borgo eran salite a casa Landi, o v'eran giunte coi treni del mattino, poichè la morte del Fiesco era stata annunziata in città la sera innanzi dalle ultime gazzette con frettolose necrologie. Tancredo Salvi scendeva tra il sindaco Berra ed il medico Paolieri; studioso di ben recitare la sua parte in quella estrema cerimonia, faceva pompa dell'alta persona e del suo maestoso dolore. Fuor del cancello era una ressa di contadini, che al passaggio del féretro cominciaron a biascicar preghiere; alcuni s'inginocchiavano su la proda erbosa del fossatello, e, passato il carro, si raddrizzavan in piedi senza ripulirsi le ginocchia dalla polvere. Il cielo era limpido, l'aria ventilata, un ridere di pannocchie sbocciava nella biondezza dei campi, scaturiva dalla terra umida una fragranza di mietitura, e quel corteo funebre camminante per la strada polverosa pareva in contrasto singolare con l'allegrezza del mondo. Di là dalla svolta il borgo apparve, con i suoi tetti rossi e decrepiti, che, accesi dal sole, ripercotevan nell'azzurrità un dondolìo balenante. La strada maestra si lanciava diritta nel mezzo della borgata, piegando a valle, di là dall'estreme case, per il declivio della collina. Su l'ingresso del borgo due lunghe siepi di curiosi attendevano il funerale. E il carro camminava piano piano, con un rumor soffice di ruote nella polvere, nereggiando nel soverchio splendore della mattinata, cullandosi nella nenia dei salmi ecclesiastici e nel bisbiglio che faceva sotto il gran sole quel corteo camminante. Altri uomini frattanto s'aggruppavano intorno a Tancredo, al sindaco Berra ed al medico Paolieri; fra gli altri un certo giornalista che Tancredo conosceva benissimo, perchè appartenente come lui a quella brigata clandestina di galantuomini matricolati, che vivon per così dire di tutte le professioni altrui, grattando e scovando per ovunque l'aria sappia di corrotto, e che stanno con gli orecchi tesi fra le quinte della commedia cotidiana, pronti a balzar fuori come bracchi affamati sul primo espediente che loro cápiti a portata di mano. La sua professione confessabile era quella di giornalista, e faceva il redattore estemporaneo di quei giornaletti effimeri nati per vendere il lor silenzio, talvolta per fomentare uno scandalo, per farsi complici d'una equivoca speculazione, talvolta per servire gli odii o per lusingare le ambizioni d'un uomo potente. La sua età poteva essere di quarant'anni, il suo nome: Saverio Metello. Tancredo si maravigliò di non averlo prima veduto. — Che diavolo, Metello? Cosa fai qui? — Mi manda la «Voce», — rispose il Metello; — come vedi, sono costretto ad occuparmi anche della necrologia... Che porco mestiere! Tancredo sospirò e prese un'aria di cordoglio melodrammatico. — Vedo che ti sei messo in lutto, — scherzò il Metello. — Che uomo Tag: berta carro aria ragazza buona occhi uomo sanno professore Argomenti: povero diavolo, proverbio fiorentino, lento fiume, viale carrozzabile, corteo funebre Altri libri consultabili online del sito affini al contenuto della pagina: Nel sogno di era Fior di passione di Matilde Serao Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni L'arte di prender marito di Paolo Mantegazza La trovatella di Milano di Carolina Invernizio Articoli del sito affini al contenuto della pagina: Offerta capodanno a Lussemburgo Il trucco giusto per gli occhi celesti Caratteristiche del mixed wrestling Il trucco giusto per gli occhi scuri Appartamenti per vacanze a Lugano
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