Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga pagina 74

Testo di pubblico dominio

piglia piglia, per far intendere ragione agli orbi. Ehi? Che facciamo?... Adagio, signori miei!... Non cominciamo a far porcherie! In queste cose si sa dove si comincia e non si sa... Come molti avevano messo orecchio al discorso di sfondar usci e far la festa a tutti i santi, la marmaglia ora pigiavasi dinanzi ai magazzini di mastro-don Gesualdo. Dicevasi ch'erano pieni sino al tetto. - Uno ch'era nato povero come Giobbe, e adesso aveva messo superbia, ed era nemico giurato dei poveretti e dei liberali! - Coi sassi, coi randelli - due o tre s'erano armati di un pietrone e davano sulla porta che parevano cannonate. Si udiva la vocetta stridula di Brasi Camauro il quale piagnucolava come un ragazzo: - Signori miei! Non c'è più religione! Non vogliono più sapere né di cristi né di santi! Vogliono lasciarci crepare di fame tutti! All'improvviso dal frastuono scapparono degli urli da far accapponare la pelle. Santo Motta malconcio e insanguinato, rotolandosi per terra, riescì a far fare un po' di largo dinanzi all'uscio del magazzino. Allora i galantuomini, vociando anche loro, spingendo, tempestando, cacciarono indietro i più riottosi. Il canonico Lupi, aggrappato alla inferriata della finestra, tentava di farsi udire: -... maniera?... religione!... la roba altrui!... il Santo Padre!... se cominciamo... - Altre grida rispondevano dalla moltitudine: -... eguali... poveri... tirare pei piedi!... bue grasso!... - Giacalone, onde aizzar la folla, spinse avanti i due bastardi di Diodata ch'erano nella calca, schiamazzando: -... don Gesualdo!... se c'è giustizia!... abbandonati in mezzo a una strada!... se ne lagna anche Domeneddio!... andare a fare i conti con lui!... Dalla piazza di Santa Maria di Gesù, dalle prime case di San Sebastiano, i vicini, spaventati, videro passare una fiumana di gente, una baraonda, delle armi che luccicavano, delle braccia che si agitavano in aria, delle facce accese e stravolte che apparivano confusamente al lume delle torce a vento. Usci e finestre si chiudevano con fracasso. Si udivano da lontano strilli e pianti di donne, voci che chiamavano: - Maria Santissima! Santi cristiani!... Don Gesualdo era in letto malato, quando udì bussare alla porticina del vicoletto che pareva volessero buttarla giù. Poi il rombo della tempesta che sopravveniva. La sera stessa un'anima caritatevole era corsa a prevenirlo: - Badate, don Gesualdo! Ce l'hanno con voi perché siete borbonico. Chiudetevi in casa! - Lui, che aveva tanti altri guai, s'era stretto nelle spalle. Ma al vedere adesso che facevano sul serio, balzò dal letto così come si trovava, col fazzoletto in testa e il cataplasma sullo stomaco, infilandosi i calzoni a casaccio, mettendo da parte i suoi malanni, a quella voce che gli gridava: - Don Gesualdo!... presto!... scappate!... Una voce che non l'avrebbe dimenticata in mille anni! Arruffato, scamiciato, cogli occhi che luccicavano, simili a quelli di un gatto inferocito, nella faccia verde di bile, andava e veniva per la stanza, cercando pistole e coltellacci, risoluto a vender cara la pelle almeno. Mastro Nardo e quei pochi di casa che gli erano rimasti affezionati pel bisogno si raccomandavano l'anima a Dio. Finalmente il barone Mèndola riescì a farsi aprire l'uscio del vicoletto. Don Gesualdo, appostato alla finestra col fucile, stava per fare un subisso. - Eh! - gridò Mèndola entrando trafelato. - Tirate ad ammazzarmi, per giunta? Questa è la ricompensa? L'altro non voleva sentir ragione. Tremava tutto dalla collera. - Ah! così? A questo punto siamo arrivati, che un galantuomo non è sicuro neppure in casa? che la roba sua non è più sua? Eccomi! Cadrà Sansone con tutti i Filistei, però! Lo stesso lupo, quando lo mettono colle spalle al muro!... - Zacco, e due o tre altri benintenzionati ch'erano sopravvenuti intanto, sudavano a persuaderlo, vociando tutti insieme: - Che volete fare? Contro un paese intero? Siete impazzito? Bruceranno ogni cosa! Cominciano di qua la Strage degli Innocenti! Ci farete ammazzare tutti quanti! Lui s'ostinava, furibondo, coi capelli irti: - Quand'è così!... Giacché pretendono metterci le mani in tasca per forza!... Giacché mi pagano a questo modo!... Ho fatto del bene... Ho dato da campare a tutto il paese... Ora gli fo mangiar la polvere, al primo che mi capita!... Proprio! Era risoluto di fare uno sterminio. Per fortuna irruppe nella stanza il canonico Lupi, e gli si buttò addosso senza badare al rischio, spingendolo e sbatacchiandolo di qua e di là, finché arrivò a strappargli di mano lo schioppo. - Che diavolo! Colle armi da fuoco non si scherza! - Aveva il fiato ai denti, il cranio rosso e pelato che gli fumava come quando era giovane, e balbettava colla voce rotta: - Santo diavolone!... Domeneddio, perdonatemi! Mi fate parlare come un porco, don asino! Siamo qui per salvarvi la vita, e non ve lo meritate! Volete far mettere il paese intero a sacco e fuoco? Non m'importa di voi, bestia che siete! Ma certe cose non bisogna lasciarle incominciare neppure per ischerzo, capite? Neppure a un nemico mortale! Se coloro che sinora si sfogano a gridare, pigliano gusto anche a metter mano nella roba altrui, siamo fritti! Il canonico era addirittura fuori della grazia di Dio. Gli altri davano addosso ancor essi su quella bestia testarda di mastro-don Gesualdo che risicava di comprometterli tutti quanti; lo mettevano in mezzo; lo spingevano verso il muro; gli rinfacciavano l'ingratitudine; lo stordivano. Il barone Zacco arrivò a passargli un braccio al collo, in confidenza, confessandogli all'orecchio ch'era con lui, contro la canaglia; ma pel momento ci voleva prudenza, lasciar correre, chinare il capo. - Dite di sì... tutto quello che vogliono, adesso... Non c'è lì il notaio per mettere in carta le vostre promesse... Un po' di maniera, un po' di denaro... Meglio dolor di borsa che dolor di pancia... Don Gesualdo, seduto su di una seggiola, asciugandosi il sudore colla manica della camicia, non diceva più nulla, stralunato. Giù al portone intanto il barone Rubiera, don Nicolino, il figlio di Neri, si sbracciavano a calmare i più riottosi. - Signori miei... Avete ragione... Si farà tutto quello che volete... Abbiamo la bocca per mangiare tutti quanti... Viva! viva!... Tutti fratelli!... Una mano lava l'altra... Domani... alla luce del sole. Chi ha bisogno venga qui da noi... Ora è tardi, e siamo tutti d'un colore... birbanti e galantuomini... Ehi! ehi, dico!... Don Nicolino dovette afferrare pel collo un tale che stava per cacciarsi dentro il portone socchiuso, approfittando della confusione e della ressa che facevasi attorno a una donna la quale strillava e supplicava: - Nunzio! Gesualdo! Figliuoli miei!... Che vi fanno fare?... Nunzio... Ah Madonna santa!... Era Diodata, la quale aveva sentito dire che i suoi ragazzi erano nella baraonda, a gridare viva e morte contro don Gesualdo anche loro, ed era corsa colle mani nei capelli. - Madonna santa! che vi fanno fare!... - Zacco e mastro Nardo portarono giù intanto dei barili pieni, e aiutavano a metter pace mescendo da bere a chi ne voleva, mentre il canonico di lassù predicava: - Domani! Tornate domani, chi ha bisogno... Adesso non c'è nessuno in casa... Don Gesualdo è fuori, in campagna... ma col cuore è anch'esso qui, con noialtri... per aiutarvi... Sicuro... Ciascuno ha da avere il suo pezzo di pane e il suo pezzo di terra... Ci aggiusteremo... Tornate domani... - Domani, un corno! - brontolò di dentro don Gesualdo. - Mi pare che vossignoria aggiustate ogni cosa a spese mie, canonico! - Volete star zitto! Volete farmi fare la figura di bugiardo?... Se ho detto che non ci siete, per salvarvi la pelle... Don Gesualdo tornò a ribellarsi: - Perché? Che ho fatto? Io sono in casa mia!... - Avete fatto che siete ricco come un maiale! - gli urlò infine all'orecchio il canonico che perse la pazienza. Gli altri allora l'assaltarono tutti insieme, colle buone, colle cattive, dicendogli che se i rivoltosi lo

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