Storia di un'anima di Ambrogio Bazzero pagina 44

Testo di pubblico dominio

che da cinque in questa vita e spera cento nell'altra. E questo pei cosidetti buoni. E pei tristi? Tutto è uno sghignazzo che scroscia colle rughe schifose dell'anima decrepita, Ho amato la solitudine, in essa solo ho sentito me stesso, e ti ho detto:—-Io ti parlerò parole di conforto, perocchè la fede è la stella che fulgidissima brilla sull'oscurità degli scogli e dell'onda, nella notte del terrore: la speranza ha catena di dolori, ma più questa è lunga, più l'ancora serve nei mari profondi: la carità è lume amorosissimo d'eguaglianza. Oh ti supplico! getta quel libro da cui esce il ghigno di Mefistofele: chiudi quello da cui scoppia il riso tripudiante del mondo: ama quello tra le cui pagine potresti porre, a segno, il fiore che offristi a tua madre. Cercare Dio colla luciferina superbia dei sistemi filosofici è vedere il sole attraverso le nubi: trovare Dio colla fede e colla speranza che danno il dolore e l'amore è abbagliare l'anima allo splendidissimo sole di mezzogiorno. Ama la carità, e pensa che la minima è quella che si fa a denaro. Ama la carità, e pensa che più è quello che ricevi, che quello che dai. Un pensiero d'amore è il fiore dell'anima. Forse che all'umile arbuscello in camposanto non fu concesso il fiore? Sai tu che sia il dolore? Troppe volte è l'ultima parola vuota di un verso vuotissimo per far rima con amore. Non invidiare ad alcuno il tristo dono dell'ingegno: tutte le cognizioni che ci danno i libri sono come i secchi delle Danaidi portati al cuore. Esulta se in te hai il potentissimo dono di amare. Sai tu che cosa sia la melanconia? Molte volte il fondersi di due crepuscoli, quello dell'amore con quello del dolore. Se un uomo ti stringesse la mano, sì che tu avessi ad arrossirne, domanda:—Non pensate che vi posso essere sorella? Che cosa sono i ricordi? Troppe volte la tisi dell'anima. Ama la croce. L'avesti a capo della tua culla, l'avrai sulla tua fossa. Non consultare lo specchio per conoscerti. Consulta i volti di coloro cui dirigi una parola di carità. Ama la musica. Credila il preludio di quel giorno eterno di cui il sole sia l'amore. Vedesti il mare? Ricordati che se il turbine della passione si scatena nel tuo cuore può toglierti i placidissimi ricordi di tua madre, come l'onda che si rovescia sulla spiaggia cancella il nome che tracciasti nella sabbia. Vedesti le Alpi? Ricordati che l'aquila pone il nido sulle rocce eccelse, e s'affisa nel sole, coll'ali proteggendo i suoi figli. Breve è la vita, ma ferve qualche cosa in noi che coll'intensità vince la estensione. Sai tu che voglia dire la parola per sempre? Nella vita vuol dire promettere ciò che non è in noi: in morte, ciò che speriamo nell'ultima illusione. Rivedere i luoghi ove hai gioito, e dove non gioirai mai più, è come porre una corona di semprevivi sopra una fossa. Che è la vita senza speranza? Una gittata di dadi fra le tenebre, fra i deliri. È silente intorno a me la campagna: solo le squille di una campana lontana mi giungono attraverso il bosco, come le voci venerande di chi non è più, versandomi nell'anima i ricordi del passato: s'agitano i penduti tralci delle viti, quasi facendomi cenno ch'io mi raccosci sotto i loro padiglioni e pianga: scrosciano sotto a' miei piedi le foglie secche dei roveri, ed ognuna parmi dica:—Così passano e sono calpestate le speranze! Il vento investe il bosco, e l'ondeggiare delle cime dei pini mi sembra saluto mestissimo dell'autunno che muore…. Addio! Meditai, cercando la solitudine, e scrissi, appoggiandomi al muro di un cimitero. Guardando il cielo fra i neri boschi e sorridendo nell'azzurro alle larve della fantasia, io credetti d'avere pensato a qualcosa: contemplando le croci del tranquillissimo campo, m'accorsi che i miei pensieri furono deliri di mente malata. Tutto finisce!… A pochi passi da me, alla mia sinistra, vidi una nuova croce bianca, e su quella il nome:—Maria. Povera Maria! sola avevi un cespo di viole! Ed io non conoscevo la tua fossa scavata da meno di un anno! Tu avesti la coltre, la corona, la croce, l'ultime memorie sulla terra, tutte bianche, com'io potevo averle! Povera morta! natura, tristissima inventrice di martiri, t'aveva solo concesso l'amore della tua mamma, e tu, pallida, vedesti svanire ad una ad una le frementi illusioni della giovinezza, e tu, pallidissima, stringendoti al seggiolone della mamma, ti sentisti più vecchia di lei…. Ohimè! spezzato lo specchio, sciupati i fiori sul davanzale della finestra, dispettosamente sturbati i nidi delle rondini, letta e riletta la Filotea, tu aspettavi…. i capegli grigi! Il dolore potè più che la religione, sterilissima d'affetti nell'anima inaridita: e vennero i dì in cui ancora ti specchiasti, in cui volesti i fiori e le rondini, in cui leggesti l'amore nel gran libro del cielo: ohimè! era l'illusione del passato illuso, non le speranze dell'avvenire! E da quei dì la passeggiata dai colli la riducesti al solo giardino, poi al solo corritoio, poi alla sola stanza della mamma! E quando la testa si chinò sotto al peso dei capegli, trovasti il raggio di sole venirti solo a visitare sul letto: forse, vedendo la luna strisciare sulle coltri colle meste luci della notte, ti presentisti già involta di bianco e già tranquilla…. Morta senza avere vissuto, stanca di pace, impotente a delirare, fredda, senza favilla di poesia, come una lampada accesa dinnanzi una croce obliata, e spenta dal soffio del becchino…. Eppure l'amavi la tua casetta e in essa, fanciulla, speravi tanto!… Dimmi: e tua madre? Poverina! la madre volle nel cimitero la tua croce rivolta verso la vostra collina: a' vespri scese a te, ti diede un cespo di viole, ma fu l'ultimo. Ella partì da questi luoghi e per sempre: la tua casetta, miserrimo patrimonio, non serberà più la tua memoria, perchè gli estrani non sanno che sia il dolore di un cuore deserto. Ma senti, Maria, avrai fiori da me, e da me sempre un ricordo. Io non ti conobbi, ma, te morta, amai il tuo giardinetto melanconico, ed ora amo la tua croce bianca…. S'io dovessi giacere nel camposanto istesso, fa sì ch'io vi dorma al più presto: la coltre bianca a vent'anni è la sublimazione dell'amore: a trent'anni è un lenzuolo di ghiaccio. L'esule che cammina, che cammina, canta la canzone fanciullesca della sua terra. A quelle note gli rispondono gli echi della patria: susurrano i boschi, bisbigliano i laghi, suonano i monti: la campanella della chiesa ove ebbe il battesimo, il vento che geme tra le croci del cimitero dei padri, la canzone notturna di una donna che piange, oh tutto gli dice:—A rivederci! L'esule che cammina, che cammina, canta la canzone fanciullesca della sua terra. Vedesti il mare, o esule? Vedesti il lavoro eterno ed alterno dell'onda coll'onda? Così è dell'uomo: è perseguito dall'infinito, è sbattuto all'infinito. Oh fortunato se sopra il suo capo vede brillare una stella! Carità somma è nella musica. È raggio di sole, è bacio di luna nell'anima del cieco. Che cosa è un libro di filosofia? Troppe volte è l'abito di lusso che copre la povertà del cuore. La mamma t'insegnò che sempre sei sotto l'ali di un angiolo custode: la vita t'insegnerà che sarai sempre sotto l'incubo di un ghigno, il ghigno del dubbio. Oh, se puoi, rammenta sempre la mamma! Ama la poesia. Essa dà l'ali al cuore. Ama i cimiteri. Se la fede che hai nel cuore è fioca come il lumicino a notte acceso sulla tomba, deh! prendine cura, alimentala, soccorrila coll'amore. Che direbbe l'angiolo bianco custode nel piissimo luogo, se, passando innanzi la croce, nemmeno potesse leggerne il nome? Il lume che hai nel cuore sia vivido, così vivido sarà agli occhi di Dio il nome di chi ami. Nulla avvi che maggiormente possa agghiacciare l'anima quanto l'elegante disprezzo che la società collo spirito arguto dei giovani versa sulle cose più intime e più sacre per affetto. Ama la solitudine. Se qualcuno sorge fra i tuoi timidi ed occulti pensieri, tu prima di

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Argomenti: lavoro eterno,    tristo dono,    spera cento,    giorno eterno,    bianco custode

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