Marocco di Edmondo De Amicis pagina 56

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disuguali, se si guardano bene, e ingommati, e poco resistenti. Forti, invece, e finissime le berrettine di lana rossa, che prendono il nome dalla città di Fez, e ammirabili per solidità e graziosa ricchezza di colori i tappeti che si fanno a Rabat, a Casa Blanca, a Marocco, a Sciadma, a Sciauia. Da Tetuan provengono in gran parte i fucili damascati, inargentati, intarsiati d’avorio, tempestati di pietre preziose, di forme eleganti e leggiere; e dalle città di Mechinez e di Fez, e dalla provincia del Sus le armi bianche, fra cui son lavorati con grazia ammirabile i pugnali. I cuoi, sorgente precipua di guadagno per il paese, si preparano abilmente in varie provincie, e le pelli scarlatte di Fez, le gialle di Marocco, le verdi di Tafilet sono ancora degne della loro antica reputazione. Di Fez è un vanto particolare il vasellame di terra smaltata; ma è raro il trovarvi la nobile purezza delle forme antiche, e il suo principale pregio è la vivacità dei colori e una certa barbara originalità di disegno, che non appaga, ma seduce l’occhio. V’è pure, in Fez, un gran numero di gioiellieri e d’orefici, che fanno cose semplici non prive di buon gusto; ma poco variate, e in piccolo numero, poichè il rito malekita proscrive lo sfoggio degli ornamenti preziosi come contrario all’austerità maomettana. Notevoli, più dei gioielli, i mobili che vengon da Tetuan: specie di scaffali, attaccapanni, piccole tavole poligonali per prendere il tè, arcate, arabescate e dipinte di mille colori; i vassoi di rame, incisi di disegni complicati e ornati di smalti verdi, rossi ed azzurri; e sopra ogni cosa, i musaici dei pavimenti e delle pareti, composti con gusto squisito da operai abilissimi, che formano ad uno ad uno, a colpi di piccozza, le stelle e i quadrettini innumerevoli, con una precisione meravigliosa. Nessun dubbio che questo popolo è dotato di mirabili attitudini, e che le industrie sue piglierebbero un grande incremento, come lo piglierebbe l’agricoltura, che fu già fiorentissima, se le desse vita il commercio; ma il commercio è inceppato dalle proibizioni, dalle restrizioni, dai monopoli, dalle tariffe eccessive, dalle modificazioni continue, dalla inosservanza dei trattati; e benchè gli Stati d’Europa abbiano molto ottenuto in questi ultimi anni, esso non è ancora che piccolissima cosa appetto a ciò che diventerebbe agevolmente, grazie alla ricchezza naturale e alla posizione geografica del paese, sotto un governo civile. Il commercio principale, dalla parte d’Europa, è coll’Inghilterra; dopo la quale vengon la Francia e la Spagna, che danno cereali, metalli, zucchero, tè, caffè, seta greggia, tessuti di lana e di cotone, e ricevono lana, pelli, frutti, sanguisughe, gomme, cera e gran parte dei prodotti dell’Affrica centrale. Il commercio che si fa per Fez, Taza e Udjda (e non è di piccola importanza, benchè minore assai di quello che la vicinanza dei due paesi dovrebbe produrre) comprende, oltre i tappeti, i tessuti, le cinture, i cordoni, e tutti gli oggetti del vestiario arabo e moresco, braccialetti e anelli da piede d’argento e d’oro, vasi di Fez, musaici, profumi, incenso, antimonio per gli occhi, hennè per le unghie e tutte le altre tinture del bel sesso affricano. Più importante, più antico e più regolare il commercio coll’interno dell’Affrica, per dove partono ogni anno grandi carovane, portando stoffe di Fez, panni inglesi, conteria veneziana, corallo d’Italia, polvere, armi, tabacco, zucchero, specchietti di Germania, pennati d’Olanda, scatolette del Tirolo, chincaglierie d’Inghilterra e di Francia, e sale che raccolgono per via nelle oasi del Sahara; e il loro viaggio è come una fiera ambulante nella quale cambiano le proprie mercanzie con schiavi neri, polvere d’oro, penne di struzzo, gomma bianca del Senegal, gioielli d’oro di Nigrizia che vanno poi in Europa e in Oriente; stoffe nere di cui s’ornano il capo le donne moresche; bezoaro, che preserva gli arabi dai veleni e dalle malattie; e molte droghe che, abbandonate dall’Europa, conservano il loro antico valore nell’Affrica. Qui sta, per l’Europa, l’importanza maggiore del Marocco: porta principale della Nigrizia; la quale aperta, s’incontreranno il commercio europeo e il commercio dell’Affrica centrale. Frattanto la civiltà e la barbarie se ne contendon la soglia. * * * L’Ambasciatore ha frequenti abboccamenti con Sid-Mussa. Il suo intento principale è d’ottenere dal governo dei Sceriffi delle concessioni che agevolerebbero certi commerci fra l’Italia e il Marocco: di più non mi è lecito dire. Gli abboccamenti durano più di due ore; ma il discorso non si aggira che brevissimo tempo sulle questioni che ne sono lo scopo, poichè il ministro, seguendo un uso che par tradizionale nella politica del governo marocchino, non entra in materia che dopo aver divagato su mille soggetti estranei, e quando proprio ci è tirato per forza.—Parliamo ancora un po’ di cose divertenti!—dice quasi in tuono di preghiera. Il tempo, la salute, l’acqua di Fez, le proprietà di certi tessuti, qualche aneddoto storico, dei proverbi, quanta sia la popolazione di certi Stati d’Europa: son tutti discorsi più gradevoli che il parlar d’affari.—Che ne dite di Fez?—domandò un giorno, e inteso dir ch’era bella:—Ha ancora un altro merito—soggiunse;—quello di esser pulita.—Un altro giorno domandò quant’era la popolazione del Marocco. Ma bisogna pure venirci, a parlar d’affari; e allora sono lunghi giri di parole, esitazioni, reticenze, un dire e non dire, un mettere innanzi mille dubbi a un consenso già dato dentro al cuore, un negare fingendo d’accondiscendere, uno sguisciar di mano, un lasciar cascare continuamente il discorso al momento di stringere il nodo, e poi quell’eterno spediente:—A domani.—Il dì dopo, ricapitolazione delle cose dette il dì innanzi, nuovi dubbi, restrizioni, riconoscimento di equivoci, rammarico di non aver ben inteso e di non essersi fatto bene intendere, e sudori dell’interprete incaricato di chiarire le cose. E poi conviene aspettare il ritorno dei corrieri mandati a Tangeri e a Tafilet ad assumere informazioni; informazioni di poco conto, ma che servono a rimandare lo scioglimento della quistione a dieci giorni più tardi. E in fine tre grandi ostacoli ad ogni cosa: il fanatismo del popolo, l’ostinazione degli ulema, la necessità di procedere cautamente, senza scosse, senza farsi scorgere, con una lentezza che abbia apparenza d’immobilità, se non è possibile di retrocessione. Qualche volta, messo a questi ferri, anche Giobbe direbbe la sua; ma vengon poi le calde strette di mano, i dolci sorrisi, le dimostrazioni d’una simpatia irresistibile e d’un affetto che non si spegnerà che colla vita. L’affare più duro è quello del grosso moro Scellal, e si dice che ne dipenda la sorte di tutta la sua vita: perciò egli è nel palazzo a tutte le ore, ravvolto nel suo ampio caic, inquieto, pensieroso, qualche volta colle lagrime agli occhi, e tien sempre fisso sull’Ambasciatore uno sguardo supplichevole, che par quello d’un condannato a morte che domandi la grazia. Mohammed Ducali, invece, che ha il vento in poppa, è tutto festante, fuma, si profuma, cambia ogni giorno di caffettano e spande da ogni parte vezzi, parole soavi e sorrisi. Eh! se non ci fosse di mezzo la sudditanza italiana, come quei sorrisi si cangierebbero presto in lacrime di sangue! * * * Esperimentiamo in questi giorni la verità di quello che ci fu detto a Tangeri circa agli effetti dell’aria di Fez. Ma son poi effetti dell’aria o dell’acqua? o dell’olio scellerato? o del burro infame? o di tutte queste cose insieme? Comunque sia, è un fatto che stiamo tutti male. È languidezza, disappetenza, prostrazione di forze, pesantezza del capo, e quel ch’è più grave, un’abitudine, contratta da tutti, di attraversare di tratto in tratto il cortile rapidissimamente, senza

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Argomenti: porta principale,    commercio europeo,    simpatia irresistibile,    grazia ammirabile,    vanto particolare

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