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L'Olimpia di Giambattista Della Porta pagina 11deve sapere per esperienza). SQUADRA…. Il romano che ha la coscienza lesa dell'inganno usato, in veder comparir questi, col suo Mastica pensaran subito che sieno i veri, né stimeranno che altri abbino saputo quanto loro o che abbino pensato a quello che essi pensaro prima; per non esser còlti in frode lascieranno l'impresa e fugiranno di Napoli per téma di qualche malanno…. MASTICA. (Che Dio ti dia!). TRASILOGO. Ben: che n'avverrá per questo? SQUADRA…. Prima impediremo che la cosa non passi piú inanzi di quello che è adesso; poi i nostri, estimati da Sennia verdadieri, potranno senza altro concedervi Olimpia per moglie; all'ultimo poco importa che si scopra l'inganno che ha sortito buon fine, ché será bisogno Sennia contentarsi di quello che, non contentandosi, non per questo non sará fatto…. TRASILOGO. Questa mi pare una ingegnosa trama, né se ne potrebbe imaginar altra migliore; e piacemi sovra tutto che moiano con le loro armi, che sará doppio morire: cosí chi pensava guadagnare perderá e chi perdere guadagnará. MASTICA. (Cosí a ponto intravenerá a voi, che pensate guadagnare e perderete). SQUADRA…. E se non fusse per altro ti vendicherai di Mastica, quel furfante…. MASTICA. (Menti per la gola!). TRASILOGO. Ben li farò conoscere chi son io! Ma chi seranno costoro che ti potranno servire a questo? SQUADRA…. Troveremo il Simia vecchio o il Trappola giovine o il Truffa: o che eglino ne serviranno o ne troveranno uomini al proposito. TRASILOGO. Andiamo a ritrovargli, ché è ben tentare ogni cosa prima che si venghi a por mano alla spada. SQUADRA. Ecco Mastica. SCENA IX. MASTICA, TRASILOGO, SQUADRA. MASTICA. Ecco questo che mangia pan di ferro, insalate di chiodi, minestre di corazze, beve piombi e li caca acciaio. TRASILOGO. Mastica, Mastica! MASTICA. Padron mio, padron mio! TRASILOGO. Sai che ti dico?… MASTICA. Non, se nol dite prima. TRASILOGO…. il meglio che tu possi fare,… MASTICA. Che cosa? TRASILOGO…. che compri un capestro… MASTICA. A che effetto? TRASILOGO…. e che t'appicchi,… MASTICA. Se vuoi esser mio compagno lo farò, ché ambiduo ne abbiam ciera. TRASILOGO…. ché non altrimenti potrai scappare! MASTICA. Che? TRASILOGO. Un canchero… MASTICA. Che Dio non mi dia! TRASILOGO…. che ti possa venire,… MASTICA. Per che cagione? TRASILOGO…. acciò ti spolpe insino all'osse! MASTICA. Io non v'intendo. TRASILOGO. Un giorno ti taglierò il capo, ti straparò il naso dalla faccia, con un pugno poi ti farò spuntar denti fuor della bocca; haimi tu inteso o vuoi che te lo dica piú chiaro? MASTICA. Io v'ho inteso benissimo. Ma un capo meno o piú non importa: lo lascierò in casa quando esco fuori per amor vostro. Ah ah, io so che volete scherzar meco. TRASILOGO. Pezzo d'asino! MASTICA. Voi mi lodate, ché sempre mi ho conosciuto asino intiero. TRASILOGO. Tanto è. MASTICA. Non è tanto, no: misurate bene che senza cagione volete rompere l'amicizia meco. TRASILOGO. Dio voglia che non ti rompa la schena insieme con acqua di legno come infranciosato. MASTICA. Io ti voglio esser servo o che ti piaccia o no: se ben m'uccideste, per l'affezion che vi porto non potrei stare di non venire a casa vostra e mangiarmi in tavola vostra un pasticcio caldo caldo. TRASILOGO. Un malanno arai tu caldo caldo! SQUADRA. A te dice, Mastica. MASTICA. A tutti dui rispondo io, che ve lo cedo. TRASILOGO. Fa' che non venghi piú a mangiar con me. MASTICA. Perché? TRASILOGO. Perché sei come la mosca: mangi con noi e poi ne cavi gli occhi. MASTICA. Non posso piú soffrire. Venghi il canchero a tanta superbia! Che mi puoi far tu giamai? Stimi da senno ch'io creda queste tue bravarie, o dubito che non mi mandi quei popoli arcinfanfari o uomini maritimi ad uccidermi? Assai fo stima di queste tue minacce! TRASILOGO. La farai dell'opre, e ben tosto te ne pagherò. MASTICA. Ho tempo, ché non sète cosí presto pagatore a chi dovete. TRASILOGO. Fa' che la tavola mia ti paia foco. MASTICA. Pensi da vero che non possa vivere se non mangio in casa tua? Tu bevi ad un bicchiero cosí picciolo che bevendo par che pigli il siroppo. Due fette di prisciutto; due di formaggio tanto sottili che traspaiono come lanterne, che te ne potresti servir per occhiali; due oncie di carne tanto minutata sottile come se volessi dar a beccarla a losignuoli; pan duro di dieci giorni che ci bisogna la fame di tre settimane per divorarlo. E appena si comincia a mangiare che ti senti dare in capo il «buon pro ti faccia», «abbi pazienza», «fu all'improviso», «l'acconciaremo un'altra volta». SQUADRA. Non dir questo, Mastica, ché in tavola sua mai ti mancaro né galline né polli. MASTICA. Si, certi polli che appena aveano la pelle come se avessero avuti tutti i pensieri del mondo o fussero ettici o avessero avuto la quartana dieci anni; o qualche cornacchia vecchia che fattala bollir tutto un giorno non si potea masticare. TRASILOGO. Taci, ruffianello macro, morto di fame. MASTICA. Io morto di fame? se mi porrò mano in gola, vomiterò tanta robba che potrò dar a magnare a dieci di pari tuoi. TRASILOGO. Squadra, porta qua dieci some di bastoni, ché non posso sopportar piú. Poltron, non parlare se non quanto le tue spalle ponno sopportar bastonate. MASTICA. Non ti mette conto che m'uccidi. TRASILOGO. Perché? MASTICA. Perché morto che serò io, tu serai il piú gran poltron del mondo. SQUADRA. Taci, Mastica. Vuoi tu ucciderti con lui? MASTICA. Non ci uccideremo, no: poltron con poltrone non si fa male, «corvo con corvo non si cava gli occhi». TRASILOGO. Partiamci, Squadra, ché non è ben che un par mio stia a contender con lui, né io uso armi con la canaglia: lascio che gli ospedali e i pidocchi faccino la vendetta per me. MASTICA. E io che la fame la facci per me e che ti strangoli la gola, poiché sempre in casa tua si fa dieta come gli ammalati. Si pensava questo asino che se non mangiava in casa sua che mi morissi di fame: vo' che mi preghi. Será piú quello che butterò questa sera, che quanto egli ha mangiato un anno in casa sua. Avisarò Lampridio e Sennia di questo inganno che voglion fare, acciò quando verranno gli diamo la baia. ATTO IV. SCENA I. TEODOSIO vecchio, EUGENIO suo figlio. TEODOSIO. O patria dolce, o case tanto desiderate di rivedervi! Oh quanto mi parete piú belle del tempo passato! Che ti par, Eugenio figlio, di questa cittade? EUGENIO. Piú bella assai di quello mi avete raccontato, padre mio. Populosa cittá e piú d'ogni altra d'ameno sito e di nobilissima aria. E mi sento le carni non so come risentirsi, pensando che sia nel luogo dove sia nato. TEODOSIO. Tu eri appena di duo anni che, tenendoti in braccio e andando a diporto per lo capo di Pausilippo, fummo disavedutamente presi da' corsari. A me parendo aver un pegno dell'amor grande che portava a Sennia mia consorte carissima, mi son ito sempre teco disacerbando la passione che ne soffriva. EUGENIO. Chi avesse potuto imaginarsi, padre, che cosí facile ne fusse stato lo scampar di man di turchi dove eravamo guardati con tanta custodia, e ancora senza esser usi a vogar il remo la notte e il giorno, e senza mangiar quasi nulla ci siamo sostentati di sorte che quasi poco sentiamo della passata fatica? TEODOSIO. Figlio, il vederci liberi di man di quei cani e il desiderio di riveder la patria ci soveniva di cibo e di riposo, e sopra tutto il voto fatto di portar sempre questi ferri al collo. E se trovassimo Sennia la tua madre e Olimpia sorella vive, che gioia sarebbe la nostra! O Dio, fa' per pietade che se ebbi trista fortuna in goderle, l'abbia almen buona in ritrovarle vive! EUGENIO. Io penso che sian morte, ché di tante lettere che l'abbiamo inviate non mai di niuna n'abbiamo ricevuto risposta. TEODOSIO. Potrebbe essere che le mie con le sue si fussero disperse per lo lungo viaggio; e poi non abbiamo mai avuto persone a cui sicuramente fussero state commesse. Almeno Olimpia ritrovassimo viva, che è giovane e del tuo tempo. Ma andiamo dimandando Tag: squadra casa fame tanto capo caldo dio sempre prima Argomenti: pasticcio caldo, formaggio tanto, carne tanto, quartana dieci Altri libri consultabili online del sito affini al contenuto della pagina: Diario del primo amore di Giacomo Leopardi Il ponte del Paradiso di Anton Giulio Barrili Intrichi d'amore di Torquato Tasso La favorita del Mahdi di Emilio Salgari Novelle rusticane di Giovanni Verga Articoli del sito affini al contenuto della pagina: Come gestire una serena convivenza Dryas iulia: la farfalla più insolita del mondo Rodi, l'isola greca consacrata al dio sole Cosa fare finite le procedure di adozione dal canile Come profumare i vestiti ed evitare che abbiano un cattivo odore
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