Il benefattore di Luigi Capuana pagina 4

Testo di pubblico dominio

bene? L'inglese è stato una provvidenza per Settefonti. Se c'è chi può lagnarsi, siamo noi proprietari che ci abbiamo visto mancare le braccia dei contadini, e abbiamo dovuto pagarli come li paga lui. Ma ora anche questo guaio cesserà; non occorrono più grandi lavori laggiù. Io non sono spericolato, come il canonico e tant'altri. Il mondo, infine, è di chi se lo piglia. Siamo curiosi noi! Don Liddu, per esempio, si è ingrassato a spese dell'inglese tre anni. Quasi tutto l'Albergo del Gallo era occupato da lui che vi aveva istallato i suoi uffici di amministrazione, lasciando appena una stanza per i forestieri, quando ne capitava uno. Ed ora che vede sfuggirsi questa mammella succhiata tre anni comodamente, Don Liddu piange e si strappa i capelli. Dice che è rovinato, perchè la clientela gli si è sviata, e già Maccarone gli ha preso il posto, con la Locanda della Luna là di faccia, quasi per fargli maggior dispetto. Che pretendeva? Che l'inglese rimanesse eternamente all'albergo? Egli ha laggiù un'abitazione da principe—posso dirvelo io che l'ho visitata—proprio da principe, da farci vergognare delle nostre catapecchie. Dovrebbe vivere con la famiglia all'albergo?… Sarà una bella giornata domenica prossima. Mezzo paese invitato; banda, fuochi d'artifizio. Pranzo per una settantina di persone… Verrà appositamente il cuoco di una gran trattoria da Catania… Alla faccia nostra! Sia! L'inglese, l'altra volta, ce l'ha spiattellato sul viso in Casino:—Potreste fare una Società, mettere insieme i capitali che tenete morti in casa, e chiederne altri al credito bancario, se non bastassero. La Sicilia diventerebbe un giardino; produrrebbe dieci, venti, cento volte più che oggi non dia. Invece, state qui in Casino, a morir d'ozio! Non ha forse ragione? —Dovrebbe dare l'esempio lei… —Non ne ragioniamo! È inutile! Quando si vedeva messo alle strette, il Sindaco se la cavava sempre così: —È inutile! Non ne ragioniamo! V. Le signore Kyllea erano arrivate nel pomeriggio del giovedì, e il Sindaco si era creduto in dovere di farsi trovare davanti al cancello per dar loro il saluto del paese di cui diventavano, più che ospiti, cittadine, e presentar loro tre bei mazzi di fiori. Si era fatto accompagnare da un Assessore e dal dottor Medulla, che aveva suggerito il galante pensiero di quei mazzi. Appena le carrozze, condotte dal signor Kyllea alla stazione di Valsavoia, comparvero dallo svolto dello stradone, i tre si avviarono ad incontrarle, impacciati dall'idea di doversi presentare a signore che forse non sapevano una parola d'italiano, come essi ignoravano l'inglese. Avrebbe servito da interprete il marito. In ogni caso, si sarebbero fatti intendere coi gesti; e avevano riso anticipatamente della probabile scena muta, che il dottor Medulla, di umore allegro, aveva più volte accennato, facendo ora la parte loro, ora quella delle signore, mentre attendevano davanti al cancello. Don Pietro—oramai lo chiamavano così—riconosciutili da lontano, aveva sùbito ordinato ai cocchieri di fermare i cavalli. E la scena era stata assai diversa da quella che il Sindaco e gli altri avevano immaginato. La signora Kyllea rispondeva con un bel "Grazie" un po' gutturale; ma Miss Elsa, parlando col dottor Medulla, si esprimeva in un italiano che conservava appena qualche inflessione di accento straniero. Soltanto la cognata era rimasta zitta, salutando e ringraziando con rigidi cenni del capo. E poichè il Sindaco tornava a ripetere una delle frasi del suo discorsetto anticipatamente preparato per non impappinarsi, Miss Elsa, disse: —Certamente; vogliamo diventare siciliane anche noi, come il babbo che si è abbronzato al sole di questa incantevole isola, e fin ne parla il dialetto; e cittadine di Settefonti, come ella dice, perchè ormai la nostra vita è legata a questa impresa del babbo, e noi siamo liete che sia così! Dalla commozione che rendeva un po' tremula la voce, dal sorriso che le scintillava su le labbra e negli occhi, si scorgeva benissimo che la bionda signorina parlava sinceramente. —Su, montino in carrozza anche loro—disse don Pietro—c'è posto per tutti. Non può immaginare che piacere mi hanno fatto—soggiunse rivolto al Sindaco e all'Assessore, e aiutandoli a salire in quella dove stava la signora Kyllea.—Qui le autorità! Noi, dottore, nell'altro legno. Il cancello era già aperto, e le tre carrozze presero la salita, a gara, tra allegri scoppi di fruste e tintinnìo di sonagli. Lassù, su la spianata davanti al Cottage, don Liddu, (aveva smesso l'albergo per diventare il factotum dell'inglese), che il segno degli evviva a una ventina di contadini schierati in due file davanti a la porta, e miss Elsa saltò giù dalla carrozza, esclamando: —Voglio essere la prima a prender possesso! —Voscenza benedica!—le disse don Liddu. E le baciò la mano, quantunque miss Elsa tentasse di schivare l'omaggio. Più tardi, a sera avanzata, preso il babbo sotto braccio, ella lo aveva trascinato fuori, per godere quello splendore di plenilunio che inondava la vallata. Settefonti si rizzava là di faccia, su la collina, con una povera cinta di casupole lungo il Muraglione. La cima di un campanile sormontava le case; poi, di qua e di là, su la cresta, gli ulivi frastagliavano strane figure sul fondo del cielo d'un azzurro argentato, sparso di rare nuvolette, dietro alle quali tremolavano smorte le stelle vinte dal lume lunare. Un gran stormire di fronde si levava di tratto in tratto, simile a respiro della vallata. Laggiù, per lo stradone, si udiva il rumore dei carri che passavano lentamente; e, vicino, a sinistra, il chiocchiolìo dell'acqua che cascava dai canali nelle vasche, monotona, ininterrotta.—Che delizia!—esclamò miss Elsa, stringendo affettuosamente il braccio del babbo. —Qui saremo felici! Restiamo fuori ancora un po'. Non sono stanca, non ho sonno… A che pensi, babbo?—domandò, vedendo che questi taceva. —Penso—egli rispose—che non so se ho fatto bene, impiegando qui tutta la nostra fortuna. La terra è infida, quanto il mare, specie quaggiù. —E ti senti scoraggiato in questo momento?—lo rimproverò la figlia.—Ora che noi siamo qui? —Tu hai detto:—Qui saremo felici!—E le tue parole mi hanno turbato. —Perchè? —Perchè ora soltanto mi è parso di intendere che tu sarai sempre una straniera in questi luoghi, tu principalmente. —Oh, babbo!… S'interruppe, per ascoltare. —Che significa questo suono di campana?—domandò. —Due ore di notte. È il coprifoco di Settefonti. Fra mezz'ora, lassù, dormiranno tutti. Il rintocco argentino si sperdeva per la vallata, confuso con lo stormire delle fronde che ora riprendeva con più lunghi intervalli, quasi la vallata si addormentasse anch'essa come quei di lassù, a Settefonti, invitata dai rintocchi squillanti che venivano rallentandosi e poi cessavano a un tratto. VI. Il canonico Medulla amava di star zitto giocando a tressetti; ma il notaio La Bella lo provocava. —Non me ne parlate, notaio!… Busso!… Vi dico che è affare di propaganda!… —Fanno tanta carità! —Carità pelosa. E vi sembra decente che una signorina vada e venga sola da laggiù in paese e viceversa?… Striscio!… —Visita gli ammalati poveri, regala medicine… —Che medicine? Le pillolette omeopatiche le chiamate medicine?… Infine, è forse medichessa costei? Stupido, imbecille il sindaco, e più imbecille e più stupido mio fratello il dottore, che non le intentano un processo!… Dobbiamo giocare, sì o no?… Io parlo da sacerdote cattolico. E anche da persona che bada agli interessi di tutti… Ecco, con questi discorsi, mi fate fare delle bestialità! Smettiamo! È meglio!… Vinco sei soldi. E il canonico, buttate sul tavolino le carte, si levò da sedere per rimettersi il mantello e il cappello a tre punte posati sur una seggiola in un angolo. —Voi ridete, notaio!—egli riprese intanto che annodava i due nastri neri attaccati al

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Argomenti: due file,    star zitto,    vinco sei,    succhiata tre,    mezzo paese

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