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Corbaccio di Giovanni Boccaccio pagina 4vostre fornaci non fu così dal fuoco vostro munto: per che alla mia sete tutti i vostri fiumi insieme adunati e giù per la mia gola volgendosi sarebbono un piccol sorso. E di ciò due cose mi son cagione: l'una è lo 'nsaziabile ardore ch'io ebbi de' danari, mentre io vissi; e l'altra è la sconvenevole pazienzia colla quale io comportai le scelerate e disoneste maniere di colei della qual tu vorresti d'avere veduta essere digiuno. E questo basti al presente d'avere ragionato della dureza del luogo della mia dimora; alla quale veramente quella noia che qui si sostiene, se non in tanto che questa è dannosa e quella è fruttuosa, non è da comparare. Ma da sodisfare è alla tua seconda domanda, acciò che tu a' tuoi impauriti spiriti interamente restituisca le forze loro: e per ciò sappi che Colui, colla cui licenzia io sono qui venuto (anzi, a dir meglio, per lo cui comandamento), è quello infinito Bene che di tutte le cose fu creatore e per lo quale e al quale tutte le cose vivono; e al quale è del nostro bene, del nostro riposo, della nostra salute troppo maggiore sollecitudine che a noi stessi. Dico che, com'io queste parole dallo spirito udi', conoscendo il mio pericolo e la benignità del mandatore, io mi senti' venire nello animo una umiltà grandissima, la quale e l'alteza e la potenzia del mio Signore, la sua etterna stabilità e i suoi continui benificii in me conoscer mi fece, e appresso la mia viltà, la mia fragilità e la mia ingratitudine; e le infinite offese già fatte verso Colui che ora nel mio bisogno, come sempre avea fatto, senza avere riguardo al mio malvagio operare, mi si mostrava pietoso e liberale. Dalla qual conoscenza una contrizione sì grande e pentimento mi venne delle non ben fatte cose che non solamente mi parve che gli occhi di vere lagrime e assai si bagnassero, ma che il cuore, <non> altrimenti che faccia la neve al sole, in acqua si risolvesse; per che, sì per questo e sì ancora perché poverissimo di grazie a rendere a tanti e sì alti effetti mi sentiva, per lungo spazio mi tacqui, parendomi bene che lo spirito la cagione conoscesse; ma, poi che così alquanto stato fui, ricominciai a parlare: – O bene avventurato spirito, assai bene cognosco e discerno, la mia medesima coscienza ricercando, quello essere vero che tu ragioni: ciò Dio più caro avere che noi medesimi non abbiamo; li quali colle nostre malvagie opere continuamente ci andiamo sommergendo, dov'Elli colla sua caritativa pietà sempre ne va sollevando, e le sue etterne belleze mostrando e a quelle, come benignissimo padre, ne va chiamando; ma tuttavia, sì come colui che ancora la divina bontà, a guisa che le terrene operazioni <si> fanno, vo misurando, maraviglia mi porge, sentendomi io averlo offeso molto, come Esso ora ad aiutarmi si mosse. A cui lo spirito disse: – Veramente tu parli come uomo che ancora non mostra conosca il costume della divina bontà e che è perfettissima, et estimi così nelle sue opere essercitarsi come voi, che mortali e mobili e imperfetti sete, fate; nelle menti de' quali niuno riposo si truova, infino a tanto che gran vendetta non si vede d'ogni piccola offesa ricevuta. Ma, per ciò che la contrizione delle commesse colpe, la quale mi pare conoscere in te venuta, ti dimostra docile e attento dovere essere a' futuri ammaestramenti, mi piace una sola delle cagioni per la quale la divina bontà si mosse a dovere me mandare ad aiutarti ne' tuoi affanni. Egli è il vero che (per quello ch'io sentissi nell'ora che questa commessione mi fu fatta: non da umana voce ma da angelica, la quale non si dee credere che menta già mai) che tu sempre, qual che stata si sia la tua vita, hai speziale riverenzia e devozione in Colei nel cui ventre si raccolse la nostra salute e che è viva fontana di misericordia e madre di grazia e di pietade; e in Lei, sì come in termine fisso, avesti sempre ferma speranza. La qual cosa essendo a' suoi divini occhi manifesta e veggendoti in questa valle, oltre al modo usato, smarrito e impedito, in tanto che tu eri a te medesimo uscito di mente, sì come Essa benignissima fa sovente nelle bisogne de' suoi divoti, che, senza priego aspettare, da se medesima si muove a sovvenire dello opportuno aiuto al bisogno, veggendo il pericolo al qual tu eri, senza tua domanda aspettare, per te al Figliuolo domandò grazia e impetrò la salute tua; alla quale per suo messo mi fu comandato che io venissi; e io il feci; né prima da te mi partirò che in luogo libero ed espedito t'arò riposto, dove a te piaccia di seguitarmi. Al quale io dopo il suo tacere, dissi: – Assai bene m'hai sodisfatto alle mie domande: e nel vero come che vendetta da Dio è uno di nuovo rifarti bello per più piacerli, pur di te compassione mi viene e disidèro sommamente d'alleggiare quella, se mai con alcuna mia opera il potessi; e d'altra parte in me medesimo mi rallegro, sentendo che tu, non al ruinare allo 'nferno, ma a salire al grorioso regno sii, dopo la tua penitenzia, disposto. La benignità e la clemenzia di Colui, il quale t'ha in questa vicenda mandato, non m'è ora nuova: ella in molti altri pericoli già me l'ha fatta conoscere, quantunque io di tanti benefici ingrato stato sia, poco nelle sue laude adoperandomi; ma io divotamente Lui priego, che può quello che vuole, che, come dalla perpetua morte più volte m'ha tolto, così e i miei passi dirizi alla vita perpetua e quelli conservi tanto che io, suo fedelissimo servidore essendo, pervenga. Ma per Lui ti priego che ancora, a una cosa rispondendomi, mi sodisfacci. In questa misera valle, la qual tu variamente nomini senza apropiarlene alcuno, abitac'egli alcuna persona, se quelli non fosser già li quali per aventura Amor della sua corte avendo sbanditi, qui li mandasse e in essilio, come a me pare essere stato da lui mandato; o posseggonla pur solamente le bestie le quali io ho udite tutta notte dintorno mughiare? – A cui egli sorridendo rispuose: – Assai bene conosco che ancora il raggio della vera luce non è pervenuto al tuo intelletto e che tu quella cosa, la quale è infima miseria, come molti stolti fanno, estimi somma felicità, credendo che nel vostro concupiscibile e carnale amore sia alcuna parte di bene; e per ciò apri l'orecchie a quello che io ora ti dirò. Questa misera valle è quella corte che tu chiami d'Amore; e quelle bestie, che udite hai e odi mughiare, sono i miseri, de' quali tu se' uno, dal fallace amore inretiti: le boci de' quali, in quanto di così fatto amore favellano, niuno altro suono hanno nell'orecchie de' discreti e ben disposti uomini che quello che mostra che venga alle tue; e però dianzi la chiamai ‘laberinto’, perché così in essa gli uomini, come in quello già faceano, senza sapere mai riuscire, s'aviluppano. Maravigliomi di te che ne domandi, con ciò sia cosa ch'io sappia che tu, non una volta ma molte già dimorato ci sii, quantunque forse non con quella graveza che ora ci dimori. Io, quasi di mia colpa compunto, riconoscendo la verità tocca da lui, quasi in me ritornato, rispuosi: – Veramente ci son io altre volte assai stato: ma con più lieta fortuna, secondo il parere delle corporali menti; e di quinci, più per l'altrui grazia che per lo mio senno, in diversi modi or mi ricordo essere uscito; ma sì m'avea e il dolor sostenuto e la paura di me tratto, che così, come mai stato non ciò fossi, d'esserci stato mi ricordava. E assai bene ora conosco, senza più aperta dimostrazione, che faccia li uomini divenire fiere e che voglia dire la salvaticheza del luogo e gli atri nomi da te mostratimi della valle, e il non vedere in essa né via né sentierolo –. – Omai addunque – disse lo spirito – poi che le tenebre alquanto ti si cominciano a partire dall'intelletto e già cessa la paura, nella quale io ti trovai, infino che 'l lume apparisca che la via da uscirci ti manifesti, d'alcuna cosa teco mi piace di ragionare; e, se la natura del luogo il patisse, io direi, in servigio di te, ché stanco Tag: bene assai essere spirito tanto luogo cose valle amore Argomenti: lungo spazio, carnale amore, salute troppo, maggiore sollecitudine, niuno riposo Altri libri consultabili online del sito affini al contenuto della pagina: Decameron di Giovanni Boccaccio Il benefattore di Luigi Capuana Le femmine puntigliose di Carlo Goldoni Rinaldo di Torquato Tasso Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo Articoli del sito affini al contenuto della pagina: Come smettere di essere innamorati Cos'è il colesterolo Il furetto a grandi linee Come riconoscere i sintomi di una gravidanza Come coltivare i funghi
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