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Corbaccio di Giovanni Boccaccio pagina 18e massimamente o per rammentare noi medesimi a coloro a' quali dee di noi calere, o per simile caso, come è questo per lo quale io sono a te venuto. E avvenne che io quella notte ci venni, la qual è seguente al dì che tu la prima lettera scrivesti a questa tua donna; avendo visitati più luoghi, tirato da una cotale caritevole affezione, la quale non solamente gli amici ma ancora i nimici ci fa amare, colà entrai ove colei abita che ti prese; e, ogni parte della casa cercando e per tutto riguardando, avenne che io della lettera, di che tu ti ramarrichi, sentii novelle. Egli era già una peza della notte passata, quando, entrato in quella camera, nella quale ella dorme, e quella, come l'altra casa, riguardata tutta, essendo già per partirmi, vidi in essa una lampana accesa davanti alla figura di Nostra Donna, poco da lei, che la vi tiene, faticata; e, verso il letto mirando dov'ella giaceva, non già sola, come io sperava, la vidi, ma <in> grandissima festa con quello amante, di cui poco avanti dissi alcuna cosa. Per che ancora, arrestato, volli vedere che volesse la loro festa significare: né guari stetti, che alla richiesta di colui, con cui era, levatasi e acceso un torchietto e quella lettera, che tu mandata avevi, tratta d'un forzerino, col lume in mano e con la lettera a letto si ritornò. E quivi, il lume l'uno tenendo e l'altro la lettera leggendo e a parte a parte guardandola, ti sentii nominare e con maravigliose risa schernire; e te or gocciolone or mellone ora ser Mestola e talora cenato chiamando, sé quasi ad ogni parola abracciavano e, parole tra' baci mescolando, si dimandavano insieme se tu, quando quella cosa scrivevi, eri desto o se sognavi. E talvolta dicevano: “Parti che costui abbi l'arco lungo? Vedesti mai così nuovo granchio? Per certo questi l'ha cavalcata. Egli è di vero uscito del sentimento: e vuole esser tenuto savio! Domine, dagli il malanno! Torni a sarchiare le cipolle e lasci stare le gentili donne! Che dirai? Arestil mai creduto? Deh, quante bastonate gli si vorrebbono fare dare; anzi li si vorrebbe dare d'un ventre pecorino per le gote tanto quanto il ventre o le gote bastassero”. Ahi, cattivello a te! Come t'erano quivi colle parole graffiati gli usatti e come v'eri per meno che l'acqua versata dopo le tre! Le tue Muse, da te amate e commendate tanto, quivi erano chiamate pazie, e ogni tua cosa matta bestialità era tenuta. E, oltre a questo, v'era assai peggio che per te: Aristotile, Tulio, Virgilio e Tito Livio e molti altri uomini illustri, per quel ch'io creda, tuoi amici e domestici, erano come fango da loro e scherniti e anullati, e peggio che montoni maremmani sprezati e aviliti; e, in contrario, se medesimo essaltando con parole da fare per istomacaggine le pietre saltare del muro e fuggirsi, soli sé essere dicevano l'onore e la gloria di questo mondo; di che io assai chiaramente m'avidi che 'l cibo e 'l vino, disordinatamente presi da loro, o il disiderio di compiacere l'uno all'altro schernendoti, di se medesimi, ne' quali forse non furono già mai, gli avea tratti. Con queste parole e con simili e con molte altre schernevoli lunga peza della notte passarono; e per aver più cagione di farti dire e scrivere et essi di poter di te ridere e schernirti, quivi tra loro ordinarono la risposta che ricevesti; alla quale tu, rispondendo, desti loro materia di ridere e di dire altrettanto, o peggio, della seconda, quanto della prima t'avessono detto. E, se non fosse che 'l drudo novello teméo non il troppo scrivere si potesse convertire in altro, forse della vanità di lei e della legereza sospicando, non dubitar punto che tu non avessi avuta la seconda lettera e poi la terza; e forse saresti aggiunto alla quarta. Così addunque desti da ridere alla tua savia donna e valorosa e al suo dissensato amante; e, dove amore e grazia acquistare ti credevi, beffe e strazio di te acquistavi. La qual cosa veggendo e udendo io, non già per amore di te, ché ancora assai bene non ti conosceva, ma perché cosa così abominevole sostenere non potea, assai male contento non per me ma per lei, mi partii pieno di sdegno e di gravosa noia. Questo, secondo che le tue parole suonano, non sapesti tu da singulare persona che ciò ti narrasse, ma da congetture prese da parole, da forse non troppa savia e nociva persona udite; e pure, di quel poco che comprendesti, in disperazione ne volevi venire. Or che avresti detto, quando la mente tua era ancora inferma del tutto, se così ordinatamente avessi la cosa udita? Sono certo, senza più pensarvi, ti saresti per la gola impiccato; ma vorrebbe il capestro essere stato forte sì che ben sostenuto t'avesse, acciò che, rottosi, tu non fossi caduto e scampato, sì come colui che quello, e peggio, molto bene meritato avevi. Ma, se cotale avessi la mente avuta e lo 'ntelletto sano, come dovevi, avendo riguardo a quello ch'io detto t'ho, non miga per quello che tu per li tuoi studi potevi sapere, ma a quello che per quelli ti sarebbe stato mostrato avendo voluto riguardare, riso te ne avresti, veggendo lei dalla general natura dell'altre femine non deviare; il che forse testé medesimo il fai; e fai saviamente, se 'l fai. E quello, che di questa parte ho detto, quello medesimo dico della seconda. Che, se tu teco medesimo riguardare avessi voluto quanta sia la vanità delle femine, di quello ti saresti ricordato che già molte volte hai detto (cioè che gloriandosi elle somamente d'essere tenute belle, e, per essere, facciano ogni cosa, e tanto più loro essere paia quanto più si veggiono riguardare, più fede al numero de' vagheggiatori dando che al loro medesimo spechio), compreso avresti a lei non essere discaro, ma carissimo il tuo riguardare. E, per ciò che esse di niuna cosa, che a loro pompa appartenga, contente sono se nascosa dimora, volonterosa che all'altre femine apparisca, te a dito mostrava per dare a vedere a quelle, alle quali ti dimostrava, sé ancora essere da tenere bella e d'avere cara, poi che ancora trovava amadore, e massimamente te che se' da tutti un gran conoscitore di forme di femine reputato; per che lei mostrarti aresti veduto in onore di te, non in biasimo, essere stato fatto da lei. Ben potrebbe alcun altro dire il contrario: cioè che ella, per mostrarsi molto a Dio ritornata e avere del tutto la vita biasimevole, che piacere le soleva, abandonata, te a dito avesse mostrato, dicendo: “Vedete il nimico di Dio quanto s'oppone alla mia salute; vedete cui egli m'ha ora parato dinanzi per farmi tornare a quello di che io del tutto intendeva, e intendo, di più non seguire!”, o forse con quelle medesime parole le quali avea al suo amante le tue lettere mostrate. E altri direbbono che né l'uno né l'altro, né per l'una ragione né per l'altra, fatto l'avesse; ma solamente per voglia di berlingare e di cinguettare, di che ella è vaghissima, sì ben dire le pare: essendole venuta meno materia di dovere dire di sé alcuna gran bugia, per avere onde dirla, te dimostrava. Ma, qual che la cagion si fosse, ricorrere dovevi prestamente a quella infallibile verità: cioè niuna femina essere savia, e perciò non potere saviamente adoperare. E, se riprensione in ciò cadeva, sopra te doveva degnamente cadere, sì come colui che credevi, avendola alcuna volta guardata o portandole alcuno amore, quello aver fatto di lei, in sua vecchieza, che né la natura né forse i gastigamenti aveano potuto nella sua giovaneza fare: cioè che ella savia fosse o alcuna cosa saviamente operasse. Tu addunque, non considerando né a te né a lei quello che dovevi, se cruccio grave n'avesti, cagione te ne fosti. Ma lasciamo stare l'essere le femine così fiere, così vili, così orribili, così dispettose, come ricordato t'hanno le mie parole, e l'avere la lettera tua così fieramente palesata e te, per qualunque delle dette cagioni o per qualunque altra voglia, avere a dito dimostrato alle femine, e vegnamo al focoso amore che portavi a costei e ragioniamo della tua demenzia Tag: essere parole forse lettera dire medesimo parte peggio riguardare Argomenti: focoso amore, letto mirando, ventre pecorino, drudo novello Altri libri consultabili online del sito affini al contenuto della pagina: Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo Fermo e Lucia di Alessandro Manzoni L'amore che torna di Guido da Verona La favorita del Mahdi di Emilio Salgari Articoli del sito affini al contenuto della pagina: La trasformazione da bruco a farfalla Consigli per regalare dei gioielli Gli errori da evitare quando si scrive La rosa arcobaleno Palazzo della Cultura e della Scienza a Varsavia
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