Libro proibito di Antonio Ghislanzoni pagina 11

Testo di pubblico dominio

sole della libertà. I cittadini che, allettati da quel sole allegorico, erano usciti senza ombrello, rientravano la sera cogli abiti inzuppati. Taluni, assaliti da atroci reumi, agonizzavano lietamente al suono delle fanfare piemontesi. * * * È inutile che io mi interrompa per sciorinarvi una professione di fede. Sono un liberale, un patriota—tale almeno ho supposto di essere fino al giorno in cui, per una fantasmagoria inesplicabile, ho dovuto convincermi che gli ex-commissari, le spie i poliziotti dell'Austria erano più liberali e più patrioti di me. * * * —Non è detto che tutti i buoni patrioti debbano anche esser ricchi.—In quella piovosa giornata, nella quale, come ho detto, il sole della libertà illuminava per la prima volta le aguglie del nostro Duomo, io possedeva due lire e pochi centesimi. Avevo pranzato solennemente colla metà del mio peculio.—coll'altra metà mi ero procacciata la festa di alternare dei brindisi all'Indipendenza d'Italia in compagnia di due bravi bersaglieri. Alla sera—rientrato nelle mie stanze—mi sovvenni di aver esaurito
tutto l'olio della lucerna e—ciò ch'era più triste—di non possedere
un baiocco per provvedermi d'altro lume.
Mi coricai al buio.—Il sole della libertà non cessava di splendere sull'Italia—ma la mia camera, ve ne do parola, era oscura come la coscienza di un fornitore di armata. * * * Non importa—pensava io, ravvolgendomi fra le coltri—questo benedetto sole della libertà è pure comparso stamane—si può bene, per una notte, far a meno delle candele…. E non era la prima volta—ve lo confesso—che io mi trovassi a tal guaio. * * * Libero!—La voluttà di questa parola non può comprendersi se non da
    chi abbia avuto la sventura di nascere fra i ceppi….
Tale era nato io.—Non forzatemi a ripetervi i lunghi fremiti della
mia travagliata giovinezza….
Ormai l'Italia è libera. Fremere in libero paese sarebbe
un'eccentricità di pessimo gusto.
* * * Una circostanza che mi preme accennarvi è questa—che nella primissima notte di libertà—al momento in cui la mia testa si cullava dolcemente sul guanciale e le mie gambe nuotavano voluttuosamente fra le coltri colla improvvida sicurezza di chi si sente emancipato da ogni tirannia—un grido…. molte grida… un frastuono di voci echeggiò nella strada…. Era un drappello di liberi cittadini, composto per la più parte di monelli e di beceri….—un nobile frammento d'Italia libera,.- che inaugurava sotto le mie finestre quell'avventuroso sistema di liberalismo al quale io vo debitore di una epatite insanabile e di cento altri malanni. * * * Si gridava a squarciagola: fuori i lumi! Il palazzo di un ex-consigliere aulico, che sorgeva di fronte alla mia
casa, zampillava di fuoco….
Nella via non rimanevano che tre sole finestre opache—tre finestre
serrate sdegnosamente dalle griglie….
E quelle tre finestre—obbrobrio e sventura!—rispondevano al mio
appartamento.
* * * Fuori i lumi! fuori i lumi!! fuori i lumi!!! Dapprima erano grida—poi divennero ululati—da ultimo furono…. sassate. Sassate!—Si scagliavano sassate contro le griglie di un libero cittadino, perchè questo libero cittadino in quella prima notte di liberali entusiasmi, si trovava per avventura sprovveduto di candele! All'indomani, potete immaginare se io mi affrettai a procacciarmi, per qualunque prezzo, delle materie infiammabili.—E siccome nei primi cinque mesi di libertà, ai liberi cittadini di Milano vennero imposte, sotto comminatoria di lapidazione o di saccheggio, non meno di sessanta luminarie; così io—per queste dimostrazioni spontanee di liberalismo—venni a consumare circa sessanta pacchi di steariche e ad aggravare le mie passività economiche di un debito complessivo di oltre lire cento. * * * Non importa—dissi al droghiere, riponendo la nota nel
portafogli—siamo liberi….
E ciò detto, uscii di casa e me ne andai a passeggiare sulla
corsia….
Era una giornata di bel tempo—e la schiuma dei liberali—tutta gente di aspetto simpatico e di modi garbatissimi—si era schierata in processione e moveva non so a qual meta, traendosi dietro, sur una barella, il busto del generale Garibaldi. —Viva! Morte! Viva! —Abbasso!—Viva!—Morte!… Strinsi la schiena al muro—mi rizzai sulla punta de' piedi.—La folla era tanto compatta, che il libero esercizio delle braccia mi era interdetto,… Gran mercè che in quel travaso di liberalismo popolare mi fosse permesso di respirare tratto tratto…. Al momento in cui il busto dell'eroe mi passò dappresso portato sulle spalle da quattro brentatori, io non potei dominare il mio entusiasmo—Viva Garibaldi! viva l'Italia libera!—gridai a tutta gola…. E in quell'istante medesimo, la libera mano di un libero cittadino menò sulla libera cupola del mio cilindro un colpo sì liberale—che io n'ebbi la vertigine e dubitai di…. esser morto. —Vi è mai accaduto di credervi morto? * * * Cos'era stato?… Lo seppi mezz'ora più tardi—allorquando un amabile farmacista, nella cui bottega mi ero ricoverato per medicarmi le contusioni del naso, ebbe a dirmi con molte circonlocuzioni che in ogni modo io aveva commesso una grave imprudenza. —Tenere il cappello in testa dinanzi al grande capitano della libertà! dinanzi a colui, il quale è, per così dire, l'incarnazione della idea liberale-umanitaria!… —Ma le mie mani…. ve lo giuro…. in quel momento non erano libere…. Tanto è vero…. —Il popolo non può ammettere tali scuse—rispose il farmacista col suo tono più cattedratico—e siccome le mani del popolo sono sempre libere…. così non dovete meravigliarvi se queste vi hanno ricordato molto opportunamente che in libero paese a tutti incombe l'obbligo di rispettare la libertà e chi la rappresenta…. * * * Le teorie di quel libero farmacista mi parvero oscure; ma qualche cosa mi aiutava a chiarirle—il sovvenire del formidabile pugno in virtù del quale la cappa del mio cilindro era rimasta per alcuni minuti impiombata alle mie orecchie. Divenni mutolo e pensoso…. La parola libertà mi si affacciava notte e giorno allo spirito come un problema insolubile. E ritornando col pensiero ai tempi della schiavitù, io non poteva trattenermi dall'esclamare con accento sconfortato: «Eppure, a quell'epoca, nessuno ha mai lanciato dei sassi contro le mie griglie—nessuno si è mai preso l'arbitrio di sfondarmi il cappello con un pugno….» Queste riflessioni mi conducevano mio malgrado ad un nefando parallelo fra il così detto sole della libertà e la così detta ombra delle forche…. * * * Una mattina (credo fosse domenica) esco di casa coll'anima alquanto rassicurata…. Getto uno sguardo sul cappello dei passanti, e veggo—strana sorpresa!—che a tutti i cappelli era affisso un cartellino stampato…. Che vorrà dire?… Si indovina tosto—la scritta è abbastanza visibile: Roma o
morte.
—Tutta gente che ha voglia di andar a Roma?… tutta gente che ha
voglia di morire?
Se tutti vanno a Roma—meno male—spedizione sicura—pensava io. Se tutti muoiono—quale disastro! In ogni modo, il cartellino mi sapeva di buffonata—io rideva sotto baffi—nè mi avvedeva—sconsigliato od ingenuo—che cento occhi di liberi cittadini mi saettavano di sbieco. E ditemi un po' se non c'era da ridere ed anche da ghignare, all'occasione! Si vedevano, sotto l'enfatica iscrizione, luciccare sinistramente dei cappelli bernoccoluti, coll'ali contorte e bisunte—Tratto tratto, da quei cappelli sporgevano gli zigomatici di una spia, fatti lividi dal digiuno e dall'ira. Ed ecco appunto una spia—figura da patibolo—sbarrarmi il cammino presso la svolta di una strada—e gridare, additandomi alla folla: morte al reazionario!… è tempo di finirla con questa canaglia!… Che fare?.- Chinare il capo ai decreti della libertà e affiggere il cartellino buffonesco…. * * *

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Argomenti: libero cittadino,    grande capitano,    libero paese,    nobile frammento,    epatite insanabile

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