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Le Grazie di Ugo Foscolo pagina 2

Testo di pubblico dominio

favella chi la patria obblia. Tacea splendido il mar poi che sostenne Su la conchiglia assise, e vezzeggiate Dalla diva le Grazie; e a sommo il flutto, Quante alla prima prima aura di Zefiro Le frotte delle vaghe api prorompono E più e più succedenti invide ronzano A far lunghi di sè aerei grappoli; Van aliando sui nettarei calici: Tante a fior dell'immensa onda beata Ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude Le amabili Nereidi oceanine E a drappelli agilissime seguendo La Gioja, alata degli Dei foriera, Gittavan perle, delle rosee Grazie Il bacio le Nereidi sospirando. Tosto che l'orme della diva, e il riso Delle vergini sue fer di Citera Sacro il lito, un'ignota violetta Spuntò a' piè de' cipressi, e d'improvviso Molte purpuree rose amabilmente Si conversero in candide. Fu quindi Religione di libar col latte Cinto di bianche rose, e cantar gl'inni Sotto i cipressi, ed offerire a l'ara Il bel fioretto messaggier d'aprile. Già bello è aprile. Or negli aerei poggi Di Bellosguardo, ov'io cinta d'un fonte Limpido alle tranquille ombre di mille Giovinetti cipressi alle tre dive L'ara innalzo, e un fatidico laureto In cui men verde serpeggia la vite La protegge di tempio, e coronato Canto, venite a me d'intorno o sacri Nel penetrale della dea pensosa Giovinetti d'Esperia. Era più lieta Urania un dì quando le Grazie a lei L'azzurro peplo ornavano. Con elle Qui Galileo sedeva a spiar l'astro Della loro regina e il disviava Col notturno rumor l'acqua remota Che sotto i pioppi, amiche ombre dell'Arno, Furtiva e argentea gli volava al guardo, Qui a lui l'alba e la luna e il sol mostrava Gareggiando dal cielo, or le severe Nubi su la cerulea Alpe sedenti Or il piano che fugge alle Tirrene Nereidi, immensa di città e di vigne, Scena e di templi e d'arator beati Or cento colli onde Apennin corona D'ulivi e d'antri e di marmoree ville L'elegante città dove con Flora Le Grazie han serti e amabile idioma. Tre vaghissime donne a cui le trecce Infiora di perenni itale rose Giovinezza, e per cui splende più bello Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra Sacerdotesse o care Grazie io guido. Leggiadramente d'un ornato ostello Che a lei d'Arno futura abitatrice I pennelli posando, edificava Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima Vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso Liberale acconsente ogni contorno Di sue membra eleganti, e fra il candore Delle dita s'avvivano le rose Mentre accanto al suo petto agita l'arpa. Scoppian dalle inquiete aeree fila Quasi raggi di sol rotti dal nembo Gioja insieme e pietà poichè sonanti Rimembran come il ciel l'uomo concesse Al diletto e agli affanni, onde gli sia Temprato e vario di sua vita il volo E come alla virtù guidi il dolore E il sorriso e il sospiro errin sul labbro Delle Grazie e a chi son fauste e presenti Dolce in core e' s'allegri e dolce gema. Pari un concento se pur vera è fama Un dì Aspasia tessea lungo l'Ilisso Era allor delle dee sacerdotessa, E intento al suono Socrate libava Sorridendo a quell'ara, e col pensiero Quasi al sereno dell'Olimpo alzossi. Quinci il veglio mirò correre obbliqua [...] Daranno a voi dolor novello i Fati E gioja eterna. E sparve e trasvolava Due primi cieli, e si cingea del puro Lume dell'astro suo. L'udì Armonia E giubilando l'etere commosse. Chè quando Citerea torna a' beati Cori, Armonia su per le vie stellate Move plauso alla Dea pel cui favore Temprò un dì l'universo. Umana voce Non rende suono che tant'alto arrivi; Ben tu donna dell'arpa oggi potrai Guidare l'inno. Udite or con divoto Silenzio o alunni di quest'ara udite. Già del piè delle dita e dell'errante Estro, e degli occhi vigili alle corde Ispirata sollecita le note Che pingan come l'armonia diè moto Agli astri all'onda eterea e alla natante Terra per l'oceano, e come franse L'uniforme creato in mille volti Coi raggi e l'ombre e il ricongiunse in uno E i suoni all'aere e diè i colori al sole E l'alterno continuo tenore Alla fortuna agitatrice e al tempo Sì che le cose dissonando insieme Rendan concento all'armonia del mondo. Come quando più gajo Euro provòca Su l'alba il queto Lario, e a quel sussurro Canta il nocchiero, e allegransi i propinqui Liuti, e molle il flauto si duole D'innamorati giovani e di ninfe Su le gondole erranti, e dalle sponde Lietissimo specchiandosi nell'onde Risponde il pastorel con la sua piva Per entro i colli rintronano i corni Terror del cavriol, mentre in cadenza Di Lecco il malleo domator del bronzo Tuona dagli antri ardenti; stupefatto Perde le reti il pescatore ed ode. Tal diffuso dell'arpa erra il concento Per la nostra convalle, e mentre posa La sonatrice, ancora odono i colli. Or le recate o vergini i canestri E le rose e gli allori a cui paterni Nell'ombrifero Pitti irrigatori Son gli Etruschi Silvani, a far più vago Il giovin seno alle mortali etrusche Emule d'avvenenza e di ghirlande Soave affanno al pellegrin se inoltra Improvviso ne' lucidi teatri E quell'intenta voluttà del canto Ed errar un desio dolce d'amore Mira sui volti femminili, e l'aura Piena di fiori gli confonde il core. Recate insieme o vergini le conche De l'alabastro prodigo di fresca Linfa, e di vita ahi breve a' montanini Gelsomini, e alla mammola dogliosa Di non morir sul crine alle fuggiasche Oreadi di Fiesole, e compianta Dal solitario venticel notturno. Date il rustico giglio, e se men alte Ha le forme fraterne, il manto veste Degli amaranti inviolato: unite Aurei giacinti, e azzurri alle giunghiglie Di Bellosguardo che all'amante suo Coglie Pomona, e a' garofani arditi Della pompa diversa e del legnaggio E i mille fior che a' regni dell'aurora Novella preda a' nostri liti addussero Vittoriosi i Zefiri su l'ali E or fra' cedri al suo talamo imminenti D'ospite amore e di tepori industri Questa gentil sacerdotessa allegra. Spira indistinto e amabilmente agli occhi Pari alle note sue splende il concento Che di tanti color tesse e d'odori E a voi Grazie que' serti offre, e inghirlanda L'arpa, e venir vede seconda al rito La sua vaga compagna. In dono reca Le primizie de' favi, onde in Imetto [...] Ne inghirlanda colei che all'ara viene Seconda ancella al rito, e in dono [...] CARME TRIPARTITO [OMERO, CORINNA, ANACREONTE, SAFFO, TASSO] Dite o garzoni a chi mortale, e voi Donzelle dite a qual fanciulla un giorno Più di quel mel le Dee furon cortesi. N'ebbe primiero un cieco, e su lo scudo Di Vulcano mirò moversi il mondo, E l'alto Ilio diruto, e per l'ignoto Pelago la solinga Itaca vela, E tutto Olimpo gli s'aprì alla mente, E Cipria vide e delle Grazie il cinto. Ma quando quel sapor venne a Corinna Sul labbro, vinse tra l'Elee quadrighe Di Pindaro i destrier; benchè Elicona Li dissetasse, e li pascea di foco Eolo, e prenunzia un'aquila correa, E de' suoi freni li adornava il Sole. Su' vaghi fiori onde cingea la lira Anacreonte un'ape sacra un giorno S'assise; e tal n'uscia suon dalle fila Che da Cupido avea baci soavi Il vecchierello, nè ridar poi volle La lira a Febo, e la recò all'Eliso. Di quel mel la fragranza errò improvvisa Sul talamo all'Eolia fanciulla E il cor dal petto le balzò e la lira Ed aggiogando i passeri scendea Citerea dall'Olimpo e delle sue Ambrosie dita le tergeva il pianto. N'ebbe il cantor d'Aminta allor ch'errando “Forsennato egli errò per le foreste “Sì che insieme movea pietate e riso “Nelle gentili ninfe e ne' pastori “Nè già cose scrivea degne di riso “Sebben cose facea degne di riso. [LE CHIOME DELLE GRAZIE] Carezzate da' Zefiri le vostre Ciocche sovente van mutando anella Biondeggianti talor pari a' soavi Rai dell'alba d'April, che di fragranze De' suoi fiori, e di limpide rugiade Le fa liete e odorose. Invan si posa Sul latteo sen nerissima la chioma Della figlia di Cerere, e le grandi Sue pupille risplendono da' gigli Pallidi del

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Argomenti: desio dolce,    fatidico laureto,    continuo tenore,    soave affanno,    spira indistinto

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