Il colore del tempo di Federico De Roberto pagina 12

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particolari, e occupa tanto la sua attenzione, da fargli perdere di vista il punto di partenza, la dimostrazione filosofica. Noi vediamo qui un mare in tempesta, le onde verdi, le spume livide: dove sono più le convulsioni della storia, le folle ribelli, le vittime sanguinose? In un altro luogo egli paragona il saggio ad «un povero bruscamente trasportato dal fondo della sua capanna in un palazzo immenso: svegliandosi, il povero cercava inquieto, nelle sale troppo vaste, i miserabili ricordi della sua camera angusta. Dov'erano il focolare e il letto, la tavola, la scodella e lo sgabello? Egli ritrovò, tremolante ancora al suo fianco, l'umile torcia delle antiche veglie; ma la luce di essa non arrivava alle volte altissime, e solo il pilastro più vicino sembrava a quando a quando vacillare nei battimenti delle alette luminose…». La descrizione continua: «Ma a poco a poco i suoi occhi si abituarono alla nuova dimora. Egli percorse le sale innumerevoli, e si compiacque tanto di ciò che la fiaccola rischiarava, quanto di ciò che restava nell'ombra. Da principio egli desiderava che le porte fossero più basse, le scale meno lunghe, le gallerie non tanto profonde che gli sguardi vi si perdessero…». E così via: noi vediamo realmente un uomo che prende possesso di un gran palazzo; non già il saggio che ricerca ed ammette tutto ciò che esiste. Altre volte il paragone diventa una specie di parabola: l'uomo di buona fede che rientra in sè stesso dopo gli errori e le disgrazie, è come «il padre di famiglia che, verso sera, finito il lavoro, se ne ritorna a casa. Può darsi che i figli piangano, che giuochino a giuochi devastatori o pericolosi, che abbiano disordinato i mobili, rotto un bicchiere, rovesciato una lampada; si dispererà egli perciò? Certo, sarebbe stato preferibile che i figli fossero rimasti tranquilli, che avessero imparato a leggere e a scrivere; ma qual padre ragionevole, tra i più acri rimproveri, potrà trattenersi dal sorridere voltando la testa dall'altra parte? Costui non condanna le manifestazioni della vita un poco folli. Niente è perduto, finchè egli tiene con sè la chiave della casa protettrice…». E le immagini, anche quando non si associano in tanto numero da formare un quadro o una storia, abbondano, pullulano. «La statua del destino proietta un'ombra enorme nella valle che sembra così inondata dalle tenebre; ma quest'ombra ha contorni molto netti per coloro che la guardano dai fianchi del monte…. Coloro che non nutrono nessuna speranza generosa, imprigionano il caso come un fanciullo sparuto; gli altri gli dischiudono le sconfinate pianure che l'essere umano non ha ancora la forza di percorrere, ma non lo perdono di vista…. L'essere umano sembra grande nella sua sfera, come l'ape sembra grande nella cellula del suo favo; ma sarebbe assurdo sperare che un fiore di più si schiuderà nei campi perchè la regina delle api è stata eroica nell'alveare…». E ancora: «L'ape che ha fame trova il miele nascosto nelle più profonde caverne, e l'anima che piange disperatamente scorge la gioia che si dissimula nella solitudine o nel silenzio più impenetrabile…». Se le conquiste dello spirito «non si riversano nella grandezza dell'anima, periscono miseramente come un fiume che non ritrova il mare…». Appena la libertà interiore dell'anima è menomata, il destino minaccia la libertà esteriore «come una fiera s'avvicina con lento passo a una preda lungamente aspettata». Più le illusioni cadono, «più nobilmente e sicuramente appare la gran realtà, come il sole che si scorge più chiaramente tra i rami spogliati della foresta invernale». Con altrettanta frequenza le cose astratte diventano concrete: «L'orizzonte della disgrazia, contemplato dall'alto d'un pensiero non più istintivo, egoista e mediocre, non differisce sensibilmente dall'orizzonte della felicità contemplato dall'alto d'un pensiero della stessa natura, ma d'un'altra origine. Poco importa, del resto, che le nubi moventisi laggiù, ai confini della pianura, siano tragiche o leggiadre: ciò che acqueta il viaggiatore è l'esser giunto a un luogo elevato, dal quale discopre finalmente uno spazio infinito…». E le idee si personificano, si muovono, parlano, agiscono: «La ragione, che è la figlia primogenita della nostra intelligenza, deve sedersi sulla soglia della nostra vita morale, dopo aver dischiuso le porte sotterranee dietro le quali sonnecchiano prigioniere le forze vive…. Il destino non resta sempre in fondo alle sue tenebre; ha bisogno, a certe ore, di vittime più pure, che afferra scotendo nella luce le sue grandi mani gelate…. Il sacrifizio può essere un fiore che la virtù coglie passando; ma non per coglierlo essa si è posta in cammino…. L'anima non può esser ferita se non dalle stesse armi che non ha ancora gittate nel gran rogo dell'amore…». Questa è poesia pura, non ragionamento. Il filosofo intende bensì la necessità di essere più chiaro e di definire esattamente le cose; ma il poeta non lo lascia, e la definizione poetica resta oscura, ambigua, imprecisa: «La saggezza è la luce dell'amore»; «l'amore è l'alimento della luce», oppure «il sole incosciente dell'anima.» In verità, noi ne sappiamo meno di prima. II. Accade, insomma, al Maeterlinck tutto il contrario di ciò che abbiamo visto accadere a Sully Prudhomme: in quest'ultimo il filosofo contraria l'artista; nel Maeterlinck l'artista attraversa il filosofo. Vedremo ancora, strada facendo, altri esempî dello stile troppo poetico col quale egli significa le sue teorie; per il momento, lasciata da parte la quistione della forma, esaminiamo quella del contenuto. Nella forma, il Maeterlinck fa trionfare la poesia; trionferà la fede nella sostanza? Egli non considera, come Sully Prudhomme, tutte le facce del problema filosofico: si restringe alla quistione morale. Sully Prudhomme ha prima negato che l'uomo abbia diritto di giudicare intorno alla natura e alla vita: cominciando col determinismo, cioè con l'ammettere che tutto è disposto nell'universo secondo una legge rigorosa, ha finito col fatalismo, cioè con l'adagiarsi in una rassegnazione passiva, in una rinunzia totale. Ma il giorno che ha considerato il problema morale, quando il dolore suo e l'altrui lo hanno turbato, quando ha sentito il bisogno di una legge di giustizia, l'ha trovata soltanto nel cuore dell'uomo, cioè ha affermato che solo l'uomo giudica, che egli solo ha il diritto di giudicare. Il Maeterlinck invece nega questo diritto. «Noi abbiamo un bel ragionare: tutta la nostra ragione non sarà altro che un debolissimo raggio della natura, un'infima parte del tutto che essa si arroga il diritto di giudicare; ed è possibile che un raggio, perchè faccia il suo dovere, pensi di modificare la lampada dalla quale emana?… È saggio pensare ed agire come se tutto ciò che accade al genere umano fosse indispensabile». Il dottor Pangloss diceva che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili; il Maeterlinck afferma che, in ogni caso, ciò che accade è la cosa migliore. Egli non vuol essere pertanto confuso con i semplici rassegnati: è «un fiducioso», confida nell'idea dell'universo. Vi sono due specie di uomini: gli uni, la maggior parte, non hanno imparato a separare il loro destino esteriore dal loro destino morale; gli altri, i pochi, sì. I primi sono oppressi dagli uomini e dagli avvenimenti; gli altri, quelli che hanno una forza interiore alla quale si sottomettono non solo gli altri uomini, ma gli stessi avvenimenti, conoscono sè stessi non solo nel presente ma anche nell'avvenire, e sono padroni del loro destino futuro. «L'avvenimento in sè è come l'acqua pura che ci versa la fontana, e da solo non ha, d'ordinario, nè sapore, nè colore, nè profumo. Esso diventa bello o triste, dolce od amaro, mortale o ravvivatore, secondo la qualità dell'anima che lo accoglie». Non accade agli uomini se non ciò che essi vogliono che loro accada; non

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Argomenti: stile troppo,    destino esteriore,    sale troppo,    tanto numero,    libertà interiore

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